1C

a.s. 2017/2018

I racconti di CaBasE

 

 

 Liceo Scientifico Statale “Galileo Galilei” – Catania

Anno scolastico 2017-2018

Classe I C – indirizzo EsaBac

 

Esistono pianeti fatti solo di emozioni

                                                       che chiedono di prendere forma

                                                       in immagini e parole.

                                                      A noi insegnanti il compito di esplorarli.

INDICE

 

Ritrovare l’amore

Le cavità del pianeta rossiccio

Il tempo assoluto dell’amore

Un abbraccio caloroso

Da un punto all’altro

Sorelle in parallelo

L’amore su Marte 

Un ritorno a 250 m/s 

La nascita di Urano 

Stelle d’amore

Alla ricerca della parte perduta

La vita in una bolla 

Piccoli amici verdi

Giù nell’oscurità

Il Sottosopra

Lo spazio oltre noi

 

Ritrovare l’amore

 

Circa 200 milioni di anni fa, spiega Wegner, le terre emerse erano unite in un unico “Supercontinente” chiamato Pangea, circondato da un unico oceano chiamato Panthalassa. Questo supercontinente avrebbe in seguito cominciato a smembrarsi in più continenti che si sarebbero allontanati gli uni dagli altri.

 

Era come stare su un filo di cotone.

La sensazione era proprio di assoluta incertezza come quella che deve provare un trapezista che si muove su di un filo traballante malamente legato a due pali ondeggianti, pronto a sprofondare da un momento all’altro.

Quello era il nostro mondo. Traballante e precario ma non lo avremmo cambiato con nessun’ altra solida realtà.

Eravamo nati così ed anche il parto, come raccontano le nostre madri, era stato un’avventura con il medico pronto ad afferrarci saldamente  per affidarci alle familiari braccia amorevoli in attesa per evitare che un improvviso traballio e conseguente risacca ci facesse rimbalzare in chissà quale altra parte del globo, magari tra le braccia di una ignara vecchietta che certo non si aspettava il bimbetto roseo e paffutello al posto della spesa che aveva ordinato per telefono.

I tremolii e gli scossoni ci hanno accompagnato sin dall’infanzia. Il periodo più critico è stato quando abbiamo imparato a camminare perchè sfido chiunque a divenire bipede a 11 mesi, come si vantano i giovani di oggi, quando il pavimento sotto di te ha la consistenza di un flan tremolante.Io ho imparato a stare su due piedi verso i cinque anni e sono stato davvero precoce infatti venivo additato come un fenomeno e sono anche stato materia di studio da parte di una equipe medica. I miei coetanei riuscivano a muovere i primi incerti passi attorno agli otto anni per essere poi del tutto autonomi al compimento dei dieci. Fino ad allora si andava a quattro piedi, anzi a due piedi e a due ginocchia e proprio le ginocchia che erano soggette agli scossoni ondulatori e sussultori della terra  venivano protette da robuste ginocchiere in pelle.Le ginocchiere erano un must e fra di noi osservavamo con curiosità quelle dei compagni di scuola perchè le più belle erano quelle Adidas, ma anche quelle Nike non erano male. Io avevo quelle che mi aveva regalato il nonno Kfghgfk per il mio primo compleanno e anche se non avevano nessuna firma ne andavo orgoglioso.

Il movimento era la nostra vita e neanche ci facevamo caso. Fin quando un giorno la Pangea cominciò a smembrarsi formando delle placche. Ma la situazione aveva i suoi vantaggi. Ogni paese era stanziato su di una placca e quindi i confini erano ben definiti e non ci si poteva sbagliare.

Il movimento continuo faceva in modo che tutto era lontano ma allo stesso tempo vicino.

Mia mamma andava a fare la spesa sulla placca vicina quando questa, all’incirca una volta al mese, si avvicinava al punto tale che bastava un saltello per raggiungerla. Ed era molto conveniente perchè i supermercati vicini, quando le placche si allineavano, per incentivare le vendite facevano super offerte tipo “prendi tre e paghi 2” oppure “sotto tutti” o ancora “prezzi tondi”. E la mamma non sapeva resistere, comprava di tutto se era conveniente.

I ragazzi che volevano imparare le lingue e perfezionare la loro pronuncia si spostavano a Oxford con tre saltelli, quando si verificava la congiuntura favorevole dell’allineamento delle placche Italia, Francia, Inghilterra, il che avveniva almeno tre volte l’anno.

Purtroppo proprio l’anno che io e la mia classe dovevamo partire per Broadstairs ci fu un movimento inconsulto della placca Inglese e così non si verificò l’allineamento e tutti noi ragazzi che fremevamo nell’attesa della partenza rimanemmo delusi.

Ogni tanto capitava uno spostamento non previsto ma non sempre era foriero di negatività. Quando frequentavo la terza media, ad esempio, l’allontanamento della placca Calabria impedì alla supplente di matematica di arrivare in tempo e così siamo rimasti per un mese senza insegnante e le ore le abbiamo impiegate a giocare in palestra. È stato il periodo più divertente della mia vita perchè  frequentando di più i miei compagni ho imparato a conoscerli come amici e si sono creati rapporti inseparabili, nemmeno dalla più forte scossa che sarebbe stata l’evento del millennio.

Tutti noi abitavamo in graziosissime case tutte rigorosamente a piano terra, circondate da giardini con prati verdi e punteggiati da fiorellini colorati. Le case dovevano per forza essere basse per resistere agli spostamenti e dovevano avere ampi giardini, così nella malaugurata ipotesi di un crollo non avrebbero danneggiato i vicini.

Certo per gli abitanti di New York è difficile se non impossibile immaginare un mondo piatto, tutto alla stessa altezza in cui tutti si guardano diritto negli occhi e non dal basso in alto o viceversa.

Ci muovevamo con facilità saltellando qua e là e non esistevano mezzi di trasporto.

Le auto infatti avrebbero dovuto avere ruote resistenti come pietre  e ammortizzatori indistruttibili per far fronte agli sbalzi.

I treni poi avrebbero dovuto muoversi su binari estensibili o retraibili a secondo della necessità, e così anche gli aerei non erano stati inventati semplicemente perchè non ce n’era bisogno.

Guardavamo gli uccelli librarsi in volo, leggeri ed eleganti, ammiravamo la loro bellezza assoluta ma non ci sognavamo di imitarli o di costruire qualcosa che facesse muovere anche noi uomini in cielo. Il volo era degli uccelli e solo degli uccelli.

Così anche il mare. Era splendido e azzurro, ci circondava, ci abbracciava con il suo profumo penetrante e il fragore delle onde che si infrangevano sulle placche.

A volte sembrava enorme, incommensurabile e non si riusciva a percepire l’esistenza della placca limitrofa.

Acqua, acqua ed ancora acqua., acqua e movimento.

 

Il movimento ci ha dato tutto e a me ha portato l’amore.

Un giorno ero distratto e non avevo proprio voglia di andare a scuola perchè avevo mal di schiena e nonostante la sedia imbottita proprio non avrei potuto sopportare quei quattro o cinque scossoni che in media si verificavano ogni mattina.

Così decisi di marinare la scuola.

Quella mattina andai al faro. Era il mio posto preferito. Mi sdraiai ad ammirare quella costruzione che sembrava alta fino all’inverosimile e stranamente resistente. La guardavo come un turista di oggi guarderebbe il Burj Tower di Dubai.Per me era una meraviglia che non aveva eguali e come i ragazzi di oggi sognano di diventare grandi architetti, di progettare e costruire ponti e grattacieli, io sognavo di diventare il guardiani del faro e di stare per sempre in quella pace assoluta ad osservare il gigante lanciare il suo segnale luminoso sul mare.

Fu proprio mentre ero disteso sul prato, immerso nei miei sogni ad occhi aperti che ci fu uno scossone un po’ più forte del solito. Fu tanto forte che d’improvviso mi trovai catapultato in un paesaggio del tutto nuovo, diverso dalla pianeggiante e verde collina del faro.

Giallo, giallo e ancora giallo. Attorno a me era tutto giallo, anzi c’erano tutte le tonalità del giallo dal paglierino al limone, dallo zafferano al rossastro. Il sole abbagliante e caldo avvolgeva un paesaggio arido in cui spiccavano alti cactus e frastagliate palme da cui pendavano grappoli di datteri essiccati dal calore. Non tanto lontano da questa distesa desertica vi era un raggomitolato villaggio, composto da alcune capanne sparse qua e là che sarebbero potute crollare da un momento all’altro. Le capanne presentavano una grande varietà di forme, che riflettevano la creatività e l’originalità dei suoi abitanti. Si capiva, l’allegria era il pezzo forte di quel villaggio data la diffusa consuetudine di decorare le abitazioni rispecchiando i propri gusti. Con le loro curve sagomate con le mani, queste abitazioni somigliavano a rare forme di conchiglie visibili soltanto nelle acque più profonde dell’Oceano Atlantico che si sarebbe formato 100000000045333 miliardi di anni prima della fondazione della civiltà greca. Guardando queste case mi ricordavo con nostalgia i bei momenti trascorsi disteso sul prato ad osservare il cielo e provare ad assegnare una forma alle nuvole.

Ma ad un tratto ciò che allontanò i miei ricordi nostalgici fu proprio la musica che emetteva un gruppo di persone tutte in cerchio, e in particolare fu proprio una ragazza dai capelli nero carbone, lunghi fino alla fine della schiena e pettinati in sottili trecce che attirò la mia attenzione. La sua frangia, fermata al lato sinistra della testa da un elegante fermaglio in avorio, la rendeva ancora più bella. I capelli sono la cornice del volto, e in questo caso perfetti per la sua forma di viso. Il nero brillante dei suoi capelli metteva in risalto i grandi occhi verdi che si intravedevano da una delle tipiche maschere che sono soliti portare gli africani, con tante piume. Le piume della sua maschera erano davvero singolari tanto che fremevo dalla voglia di indossarla pure io.

Vbnvnnnn, questo il suo nome,  mi si avvicinò e come intuendo il mio desiderio mi porse delicatamente la maschera che sul mio viso faceva proprio uno stano effetto.

Con quel semplice gesto la ragazza mi aveva conquistato cosi come mi ero innamorato della semplicità di quella gente sconosciuta ma che sentivo stranamente vicina.

Con  Vbnvnnn ci vedevamo due volte al mese quando le due placche, quella siciliana e quella africana, si univano per qualche giorno ed eravamo felici di condividere i nostri sentimenti, di scambiarci usi e costumi.

Ma un giorno arrivò il grande cataclisma. Stavolta le placche non scivolarono l’una sotto l’altra ma cozzarono fra di loro e si alzarono fino a creare montagne altissime e a creare mari di cui non si intravedeva la fine. Una immensa disistesa d’acqua mi separava dal mio amore, una montagna altissima si ergeva tra il mio paese e la tribù dalle capanne a forma di conchiglia.

Solo una nave o un aereo avrebbe potuto farmi ritrovare l’amore perduto, e così li ho inventati.

 Clara Guarnera e Giuseppe Sangiorgio

 

Le cavità del pianeta rossiccio

 

Spesso chiamato Pianeta Rosso, Marte deve questo suo appellativo alla sua particolare colorazione: essendo infatti ricoperto da grandi quantità di Ossido di Ferro, Marte assume un colore tendente al rosso. I suoi crateri portano il nome di scienziati, scrittori o altri uomini che hanno legato il proprio nome o le proprie opere a Marte.

 

<<Fai le valige Serpres>> esclamò Etram <<mettici solo l’essenziale: qualche vestito, mutande, il profumo di mamma, il  tuo pettine per i peli delle gambe e quell’ intruglio che speri ti faccia crescere i capelli>>.

Siamo nell’ottantottesimo anno dopo la formazione del pianeta Ignoto: un pianeta senza increspature né spaccature, di colore blu cobalto, chiamato così perché nessuno sapeva che nome dargli. È nato da una grande esplosione a cui mio padre ha assistito, ma io non c’ero. Mi ha raccontato tutto: giura di essere piombato qui dal nulla, già adulto e quand’ero piccino non faceva altro che ripetermi che “una grossa palla di ferro fece il botto”, ma io stento ancora a crederci. Ad abitare Ignoto siamo in pochi: io ragazzo, a mio modesto parere, molto intelligente e maturo, Serpres la mia bruttissima e stupida sorellina e tutti gli altri abitanti, tra i quali mio padre, altrettanto stupido. Mamma morì quando ancora Ignoto non esisteva e l’unico ricordo che abbiamo di lei, nonostante non l’avessimo mai conosciuta, è il suo profumo. Serpres lo porta sempre con sé e quando prova nostalgia lo annusa. Forse vi chiederete perché non se lo spruzza addosso e io vi rispondo;  se lo facesse il profumo finirebbe e non ci rimarrebbe più nulla di lei . E’ stato difficile crescere con un padre a cui non importa parecchio di me e di mia sorella ma ci siamo riusciti, siamo ancora vivi, forse non per molto. Questo pianeta, così freddo, è davvero un problema per noi e per la nostra sopravvivenza e, come per qualsiasi altro disguido sorto qui, hanno tutti incaricato me, essendo la mente portante del villaggio, di risolverlo. Ho pensato ad una soluzione: andrò a spingere il pianeta per far sì che il calore del Sole riscaldi il nostro villaggio e non la  parte inabitata del pianeta. Non sappiamo per certo cosa ci sia dopo quella linea orizzontale che vediamo in lontananza, ma io e Serpres lo scopriremo.

DOPO UN PO’ DI TEMPO

Oggi è il grande giorno: dopo aver salutato il mercante del paese, l’insegnante di raccolta del ferro e qualche amico d’infanzia, ci avviamo. Nonostante sia profondamente ferito dal mancato saluto di nostro padre, non devo far trasparire emozioni negative a Serpres. Impostiamo il nostro “cofanetto navigatore” su orizzonte, ma non ricevendo alcuna collocazione decidiamo di  incamminarci senza meta alla ricerca del calore solare. Ci ritroviamo in una distesa di ruggine e pietra: i colori  si alternano tra il porpora e il marrone, ma la nostra visione di questi ultimi, a  causa dei nostri occhi abituati ad una visione di colori freddi e bui per mancanza di luce e di calore solare, è confusa. Di questi ne avevamo solo sentito parlare, ce li descriveva nostro padre quando ci raccontava dell’esplosione; quindi vederli adesso e riuscire a associarli a quello che avevo immaginato è fantastico. Decidiamo di non soffermarci oltre, ma di riprendere il nostro viaggio. Più camminiamo e più strati dei nostri vestiti ci abbandonano, come fossimo cipolle: cominciamo a sentire caldo e a vedere da lontano la luce, sappiamo dove andare. Si è ormai quasi concluso il primo SOL, almeno così crediamo, non avendo nessun punto di riferimento che ce lo possa confermare, così decidiamo di accamparci sotto terra coprendoci con un sasso. Al mattino vedo Serpres intenta a pettinarsi i peli delle gambe e a spalmarsi quell’ intruglio per i capelli, così decido di non disturbarla e vado a  perlustrare la zona in cerca di un po’ di salsa di acciughe per dissetarci, nonostante resistiamo 46 SOL senza bere né mangiare. Girovagando noto che tra tutto questo rossiccio, c’è in lontananza una macchia verde e nera che sembra proprio una ragazza. Mi avvicino a lei e le chiedo come si chiama: <<Ciao, come ti chiami?>>; la ragazza mi guarda e si gira, non degnandomi di una parola. Mi sposto dal lato opposto per vederla in viso e solo ora noto quanto sia bella: indossa una canotta a balze verde ed una gonna lunga del medesimo colore, ha gli occhi di un colore simile alla roccia con la quale ci siamo coperti ed uno sguardo intenso, uno di quelli che ti persuade; ha i capelli neri e la pelle bianca come il latte che creiamo quando piangiamo e per il quale il lattaio del villaggio fallì. Insisto, devo sapere il suo nome, non deve sfuggirmi, la sento vicina, come mai credevo di potere. <<Io sono Etram e sono in cerca del sole, tu che ci fai qui?>>  non sento nessuna risposta, non mi degna di uno sguardo, insisto e decido di spostarmi davanti a lei, quando vengo incantato dai quei bellissimi occhi. Sento una vocina parlare: <<ciao Etram.. mi chiamo Saras, sono l’unica sopravvissuta ad una esplosione che ha distrutto la mia famiglia e l’intero villaggio>>. Mentre mi raccontava tutto questo non faceva che piangere. Resto impallidito e zitto non sapendo che di lì a poco avrei vissuto anche io la stessa tragedia; quando in lontananza sento uno strano rumore, mi giro e noto che pian piano iniziano a cadere piccoli meteoriti e il colore del pianeta inizia a schiarirsi sempre di più fino a diventare arancio chiaro; il rumore diventa sempre più frequente e i colori si alternano tra il blu e il color arancio. Incomincio a impaurirmi: prendo per mano Saras e la metto in salvo sotto una vecchia grotta di pietra vicina alla distesa di ruggine. La pioggia di meteoriti si fa sempre più intesa e violenta. Dopo pochi minuti cessa la forte tempesta e decidiamo di uscire e di andare a cercare la mia sorellina Serpres. Girovagando in tutto quel rossiccio pieno di spaccature e buchi a causa della pioggia di meteoriti, in lontananza notiamo una sagoma nera, non molto chiara a causa della forte luce, ci avviciniamo più rapidamente, quando vediamo Serpres stesa  a terra ad occhi chiusi. Preoccupato mi getto su di lei, non ricevendo alcun segno. Inizio a piangere disperato. Dopo ore mi alzo triste e addolorato per la perdita di Serpres. I giorni passano molto velocemente  e il dolore si fa sempre più grande, ma devo  proseguire il cammino, questa volta però in compagnia di Saras ,la meravigliosa ragazza dagli occhi color roccia…Andammo avanti senza una meta, un punto di riferimento, eravamo lì nel pianeta Ignoto con un obiettivo da raggiungere che avrebbe salvato l’umanità intera.. quando all’improvviso veniamo scagliati in aria da una violenta esplosione che ci fa perdere i sensi. Ci risvegliamo abbagliati da una forte luce e ci accorgiamo che il pianeta è diventato totalmente rosso; incrocio i suoi meravigliosi occhi e rimango incantato… tutto stava solo cominciando.

Shad Avellino e Sara Petringa

 

Il tempo assoluto dell’amore

 

Teoria della relatività ristretta: il viaggio nel tempo è da intendersi come il concetto del viaggio tra diverse epoche o momenti temporali, in una maniera analoga al viaggio tra diversi punti dello spazio. Può essere effettuato sia verso il passato che verso il futuro, senza che il soggetto debba necessariamente far esperienza di tutto l’intervallo temporale presente tra l’epoca di partenza e quella di arrivo.

 

Amavo stare fuori al tramonto, vedere il sole tramontare… era l’unica cosa emozionante che poteva accadere durante la mia giornata. Non c’era poi molto da fare, in tutto il pianeta eravamo circa dieci persone di cui un paio di strani contadini bassi bassi che stavano tutto il giorno a dormire sulle sedie a dondolo davanti le loro case. Mia mamma Pprnsv non faceva altro che cucinare tutto il giorno. Era una donna bassina dai capelli sempre legati per facilitare il lavoro in cucina. Non parlavamo molto in realtà, non avevamo cosa raccontarci dato che la nostra era una vita monotona in cui la più grande avventura che ti poteva mai accadere era trovare qualche fiore in mezzo al terreno arido del nostro pianeta Fltrnll. Ovunque ci si girasse, c’erano solo distese spoglie che sembravano non finire mai costellate da qualche montagnola di pietra grigia e un unico lago chiamato Rgnt composto da argento sciolto che impediva la formazione di qualunque forma di vita marina. C’erano anche alcune fattorie ma l’unica costruzione che spiccava tra tutte era la casa di Gs@t; l’uomo più ricco del pianeta che possedeva la casa più bella di tutte. Era un signore dalla giacca nera con lo sguardo severo e qualche ruga dovuta all’età. Io lavoravo per lui, anzi, tutti lavoravamo per lui. Coltivavamo le terre per riempire la sua tavola e il nostro compenso non era mai abbastanza per sfamarci tutti i giorni.

Non c’erano forme di vita animale poiché l’atmosfera sottile non riusciva a trattenere i “raggi a onde straviolette” del Sole, dunque la temperatura aveva sbalzi notevoli anche durante le ore del giorno. Gli unici animali presenti sul pianeta erano ormai ridotti ad un mucchietto di ossa. Inoltre la gravità non era abbastanza forte da riuscire sempre ad ancorarci al terreno quindi ogni volta che starnutivamo sobbalzavamo, prendendo il volo e rimanendo a volteggiare in aria per pochi secondi prima di ritornare con i piedi per terra.

Tutto successe un giorno, mentre osservavo il tramonto seduto su una grande pietra. Percepii un movimento, avvertii un fruscio lieve dell’aria e appena mi girai la vidi. Non l’avevo mai vista prima d’ora ma aveva qualcosa di familiare, come se la conoscessi da sempre. Mi fissava incuriosita e sentendomi imbarazzato le parlai: << Chi sei tu? >>; lei rispose inclinando la testa << Mi chiamo Frgr >>.

<< Non ti ho mai vista prima >> continuai incuriosito; le uniche persone che conoscevo erano mia madre e alcuni contadini, perciò quella ragazza per me era una novità.

<< Vivo nella grande villa con mio padre Gs@t e non mi lascia mai uscire a causa della sua gelosia, così oggi dopo tanti anni ho deciso di disubbidire alle regole >>.

Per un attimo rimasi spiazzato da quelle parole, non avevo mai sospettato della presenza di una ragazza sul pianeta… e invece eccola lì davanti a me, che mi fissava con i suoi grandi occhi.

I nostri incontri diventarono sempre più frequenti e io non potevo che esserne felice; in lei trovavo qualcosa che fino ad allora non avevo mai avuto. Ogni volta che la vedevo il mio cuore perdeva un battito e quando parlavamo entravamo in un mondo dove esistevamo solo io e lei e tutto scompariva: mia madre, le fattorie, il tramonto… tutto era secondario, irrilevante.

Ci divertivamo a sfidarci per vedere chi riusciva a rimanere sospeso in aria più tempo possibile e passavamo il tempo a intingere i nostri capelli nel lago Rgnt per poi lasciare dietro di noi una scia argentea di goccioline.

Anche il lavoro nei campi non era più pesante come una volta poiché pensavo che l’avrei vista più tardi, con il suo vestito lungo e l’aria serena; poiché pensavo alle sue mani, al suo volto e alle sue parole.

Un giorno ci incontrammo al tramonto, come stabilito, e cominciammo a parlare come sempre. Ma quella volta non fu come sempre. Il padre Gs@t era in giro per ritirare il raccolto dei campi e sentendo le risate della figlia, incuriosito, decise di seguire la risata per capire da dove provenisse.

Appena ci scoprì, la sua faccia divenne rossa come la salsa al tabasco (l’unica salsa del pianeta) ed improvvisamente cominciò ad urlare parole sommesse difficili da comprendere: << Nosp mia figlia j9wpv con un contadino! Fjvep4 Mai in questo fusk mondo! >>

Lei fu riportata a casa e chiusa nella sua camera mentre io passavo le giornate sulla pietra ricordando i suoi lineamenti, le sue risate e tutto ciò che la rendeva lei, che la rendeva unica.

Il lavoro dei campi tornò ad essere un vero e proprio strazio e il tramonto non era più magico come quando c’era lei, ormai era solo un tramonto come tutti gli altri.

Parecchie volte tentai di entrare nella casa del perfido Gs@t invano poiché le onde sonore delle sue urla appena mi vedeva erano così forti da spingermi via dalla casa e sconsolato tornavo a casa.

Da lontano ammiravo Frgrf che si affacciava dalla finestra. Ammiravo il suo viso e ricordavo delle giornate passate con lei e pensavo a tutte quelle che avremmo ancora potuto trascorrere insieme se solo il padre l’avesse lasciata andare.

Un giorno mi svegliai con un pensiero che mi balenava nella mente come un tormentone in estate: come mai un uomo dai seri principi come il signor Gs@t non voleva che io, uomo per bene ed educato, frequentassi la sua bellissima figlia?

Così decisi di andare personalmente a chiedere spiegazioni e, recatomi nella sua dimora, gli parlai con tono calmo e distaccato: << Vorrei solo parlare con lei e chiarire un dubbio che mi tormenta da giorni >>.

Lui rispose con un semplice cenno titubante della testa che mi invitava ad entrare nella imponente reggia, che in quel contesto spoglio e arido era come un fiore nel deserto.

Gli posi la domanda che da giorni mi perseguitava e lui mi rispose con la voce incrinata: << Non voglio contadini nella mia famiglia; né ora né mai. Mia moglie scappò su un altro pianeta con uno di voi diversi anni fa e non voglio che mia figlia faccia lo stesso errore >>.

Con voce allettante dissi: << Allora mi metta alla prova. Non sono come gli altri, farei di tutto per sua figlia e sono sicuro che riuscirei nell’impresa >>.

<< Bene, allora ecco la tua prova >> disse lui con tono di sfida << Dovrai percorrere il giro dell’intero sistema solare in cinque ore e trenta minuti. Dovrai riuscire a raggiungere la velocità della luce. Solo allora mia figlia potrà essere tua >>.

Accettai la sfida con un nodo alla gola: raggiungere la velocità della luce era impossibile, nessuno ci era mai riuscito! Ma qualcosa dentro di me mi spingeva a provare.

Il giorno dopo ero pronto. Salutai mia mamma che non ricambiò il saluto poiché era troppo impegnata a cucinare le sue lasagne alle erbe e le urlai di non aspettarmi per cena. Mi recai sull’unica montagna del pianeta: il monte Nchl e, arrivato in cima, mi fermai a prendere fiato.

Lanciai un ultimo sguardo alla mia fattoria , alla casa di Frgrf, alla pietra dove tutto ebbe inizio e con il fiato sospeso mi diedi la spinta con il tramonto alle mie spalle.

Tutto successe velocemente: mi misi a tossire senza sosta finché non mi alzai in volo. In pochi minuti avevo già attraversato la debole atmosfera del pianeta  e tutto d’un tratto il buio mi avvolse. Galleggiavo nello spazio e non vedevo nulla. Nulla di nulla.

Non mi scoraggiai e proseguii nella mia impresa: le mie gambe andavano veloci  e sembravano non volersi fermare. In un attimo avevo raggiunto Nettuno e Urano che splendevano nell’oscurità come due lapislazzuli ghiacciati. I loro venti gelidi mi raggiunsero provocandomi brividi su tutto il corpo e dopo un po’ vidi da lontano Saturno. Volteggiai tra i suoi anelli e schivai un meteorite di passaggio. Ripresi a correre più veloce che potevo e in un attimo avevo superato il titano Giove, Marte, la Terra, Venere e il più piccolo dei pianeti Mercurio. Passai accanto al Sole, così vicino che per poco i suoi venti non mi bruciarono i capelli. Non riuscivo più a fermarmi. Tutto era così bello, nuovo, luminoso e piacevole. Rimasi incantato dalle galassie, le stelle e i buchi neri. Persi la cognizione del tempo e d’un tratto mentre facevo a gara con una cometa, mi resi conto che dovevo tornare.

In un battibaleno ero di nuovo a casa; ma non era tutto come mi ricordavo. Le fattorie erano spoglie e senza vita, casa mia era ormai polvere e lasagne  e la grandiosa reggia era disabitata e buia.

Non riuscivo a capire… ero stato via appena qualche ora ed era cambiato tutto. Sconsolato, mi diressi verso la pietra per ammirare il tramonto e inaspettatamente vidi una vecchia signora di spalle, con i capelli grigi e la schiena incurvata.

Quando si voltò vidi i suoi occhi, gli occhi di Frgrf che mi fissavano; gli stessi occhi che mi avevano conquistato ora erano contornati da profonde rughe.

Non disse una parola, aveva in mano una foto: la nostra foto e dopo qualche momento di esitazione parlò: << Ce l’hai fatta. Hai viaggiato come la luce, con la luce. Per te il tempo scorreva lento mentre per me passava veloce e ogni minuto che trascorrevi, per me erano anni. Ed ora eccoci qui >>.

Rimasi in silenzio ad ammirare la sua bellezza mentre un senso di malinconia mi opprimeva: << C’è un modo per ingannare di nuovo il tempo? >>. Pensai tra me e me.

D’un tratto mi venne in mente un’idea: se lei fosse riuscita a compiere lo stesso mio giro nello stesso tempo, sarebbe tornata qui invecchiata di appena qualche ora, mentre io avrei aspettato diversi anni prima di rivederla, così da tornare ad essere coetanei.

Le esposi la mia idea e lei accettò senza esitare.

Gli anni passarono e di lei ancora non c’era traccia. Passavo le giornate da solo a guardare il cielo sulla nostra pietra così come aveva fatto lei e immaginavo dove potesse essere, e la vedevo volteggiare nella mia mente con le stelle tra pianeti e buchi neri.

Un giorno tornò. Fu come quando si attende l’inizio dell’estate mentre si è seduti ai banchi di scuola. Fu inaspettato e io ormai ero vecchio, come lei.

Ci guardammo e una lacrima le rigò il viso mentre andava a sedersi sulla nostra pietra. Io la raggiunsi e ci sedemmo insieme. Stesso tramonto, stessi noi, stesso amore, al di là delle barriere del tempo.

 

                                                                                                     Sara Panascia e Anna Romano

 

Un abbraccio caloroso

 

Secondo alcuni scienziati, oltre ai buchi neri, vere e proprie  voragini in grado di risucchiare tutto, vi sarebbero anche dei buchi bianchi, che, al contrario, “sputerebbero” fuori tutto ciò che è presente al loro interno, originando un vero e proprio mondo.

«Ebbene sì  -esclamò Yptpy-  oltre all’esistenza dei buchi neri, che presentano la capacità  di risucchiare qualsiasi cosa, vi sono anche buchi bianchi».

Essi sono  gemelli speculari dei buchi neri, molti sostengono che nessuno sia mai riuscito ad avvistarli, ma io e la mia tribù, i Kisecawchuck, poco più di cinquanta persone, riuscimmo ad insediarci all’interno di uno di questi vortici, grandi per l’uomo, piccoli per il cosmo. Il nostro buco bianco si chiamava Mrtltrm, non era grande, poteva contenere all’incirca una cinquantina di persone, ma era molto profondo . Gli avevamo dato il soprannome di Abeque, perché più facile da pronunciare e che significa “stare a casa”. Infatti per noi questo nome indicava la condizione di rimanere nella propria dimora con le persone a noi care, i nostri familiari e compagni di vita.

Quando ho raccontato questa storia davanti ai miei cento nipoti, mi hanno chiesto immediatamente perché io, capo tribù, avevo deciso quel nome così strano. A quei tempi mi ero invaghito di una ragazza bellissima, di origine indiana, il cui nome era Espse, e, dopo anni di studio assiduo della sua lingua, stabilii di chiamarci Kisecawchuck, poiché in indiano significa “stella del mattino”.

Questa ragazza era il mio punto fisso, la mia stella polare nel buio più totale. Brillava di una luce singolare, tanto che anche il Sole provava invidia nei confronti della lucentezza disumana dei suoi occhi. Con le sue braccia, lunghe e dorate, era capace di avvolgere tutta la nostra galassia, come una madre che abbraccia i suoi numerosi figli. Per non parlare delle sue labbra che dovrebbero essere esposte al Louvre, di quel colore rosso come la passione che io provavo per lei. Avrei voluto portarla sulla Luna, anzi portarle la Luna. Le sue cosce erano lunghe e affusolate, da guardare e riguardare in ogni minimo dettaglio, in ogni sua perfetta imperfezione. Potrei scrivere versi infiniti sulla mia amata, ma, per sfortuna, era sposata con mio fratello Pkokp che teneva  a lei in modo trascurabile, o almeno questo era quello che dava a vedere e di sicuro il suo non era comparabile al mio amore.

Ma, tornando a noi, vivere in un piccolo buco con cinquanta persone non era né comodo né entusiasmante. La vita risultava frenetica solo all’inizio, dopo poco tempo finì per cadere nella monotonia più assoluta. Cercammo di inventare nuovi giochi per svagarci, ma gli unici che ci vennero in mente furono “Un… due… tre…stella!”  e “Bubu Stellele”; erano divertenti, certo, ma troppo noiosi per noi grandi.

Un giorno un vecchio scienziato della tribù, Jhuhj, ebbe un lampo di genio ed esordì proponendoci l’idea del secolo:« alla fine del buco potremmo costruire una molla per catapultarci nello spazio all’interno di un’enorme palla di gomma in grado di tornare indietro all’interno della nostra cara dimora». Questa idea riscosse un grande successo e approvazione tra di noi e, dopo anni e anni di duro lavoro, riuscimmo a vedere davanti ai nostri occhi il perfetto alternarsi di cerchi circoncentrici in metallo, che si allungavano e ritraevano in perpetuo movimento.

Iniziammo a costruire le sfere di gomma che avremmo utilizzato per questa attività ludica e fui proprio io il primo a testarne il meccanismo.

Inizialmente  questo sistema sembrava  accontentare le pretese e i desideri di ogni abitante all’interno del villaggio, ma un giorno il destino volle che all’incirca una decina di persone non riuscirono a tornare indietro.

Vi starete chiedendo perché quest’ingegnoso macchinario accuratamente testato cominciò a darci i primi segni di rottura dopo poco tempo.  Originariamente neanche i più brillanti scienziati esistenti all’epoca furono capaci di comprendere quale fosse il motivo del malfunzionamento della molla. In realtà si trattava esclusivamente dell’elasticità della molla , che con il tempo si stava perdendo e non permetteva di dare alle sfere la stessa potenza che gli donava un tempo.

Grazie alla mia solita fortuna, una delle persone rimaste bloccate nello spazio fu proprio Espse, anche mio fratello era tra quelli, ma a me importava solo di lei. Ci mettemmo subito a lavoro per cercare di capire in che modo avremmo potuto far tornare indietro i nostri compagni. Furono numerose le proposte per trovare una soluzione, ma quella che ci sembrò più idonea fu del giovane saggio Ldvdl che pensò di costruire una navicella spaziale poiché era l’unico modo per andare in giro per la galassia, cercare e trovare i membri del villaggio e tornare nella nostra calda dimora sani e salvi.

Ogni abitante, allora, si mise d’impegno per assemblare i pezzi che ci sarebbero serviti per comporre il “mezzo di salvezza”.

Partimmo per il nostro viaggio, ma nel momento in cui cercammo di uscire dal vortice, esso stesso ci diede una spinta tale da far diventare la nostra navicella una vera e propria palla di fuoco. Non durammo a lungo all’interno di quella sfera caldissima. Ci catapultammo tutti fuori per salvarci, disperdendoci nello spazio e vagando nella galassia per circa vent’anni, non perdendo di certo le speranze.

Proprio nel momento in cui ci stavamo rassegnando, ecco che vidi Espse con le lunghe trecce che la precedevano e con quella bellezza rimasta invariata nel tempo.                                                                                    Solo dopo ore e ore di racconti sugli anni passati a una notevole distanza, guardandoci intorno ci accorgemmo di trovarci a un passo dall’Orsa Maggiore e decisi di mostrare il mio amore nei suoi confronti, paragonandola alla lucentezza e alla bellezza di quella costellazione. Lei mi disse immediatamente che l’unico uomo della sua vita sarebbe sempre stato mio fratello; ma l’amore non conosce confini. Pensammo a tornare a casa. Nella nostra cara dimora ci venne spontaneo unirci in un caldissimo abbraccio che durò per secoli e secoli, a cui col passare degli anni si aggiunsero i nostri figli e nipoti, continuando per generazioni. L’enorme cerchio umano si estese per chilometri fino ad arrivare in prossimità della stella più bella, il Sole. I suoi raggi premevano forte sulla nostra pelle, ci donavano calore e sicurezza e fu in quell’istante che capimmo che in realtà stare a casa corrisponde a condividere ogni momento della propria vita con le persone che si amano.                                                                                                Ci stringemmo ancora più forte, fino a sentire ogni minima parte del vicino fondersi col proprio corpo e non in senso metaforico, ma realmente. Fu una sensazione strana che allo stesso tempo donava tante certezze, come se in quel momento fossimo tutti un’unica grande cosa, insieme.

Ogni nostro centimetro di pelle era ormai parte del compagno e ogni respiro parte dell’Universo.                                                                                                                 Fu così che si formò il piccolo pianeta Ciscso.

 

                                                                              Ludovica Di Paola ed Emilia Salafia

 

Da un punto all’altro

 

È stata ipotizzata la presenza nell’Universo dei cosiddetti ponti di Einstein-Rosen, che consentirebbero di spostarsi da un punto ad un altro dell’Universo in un tempo minore di quello impiegato dalla luce.

Era un grande problema – esclamò il vecchio Wbxxbw – e tutti cercavamo di risolverlo invano. Le catapulte – le chiamavamo così – portavano istantaneamente da un punto all’altro dell’Universo, ma se a volte eravamo noi a ricorrere ad esse per i nostri spostamenti, altre volte questo accadeva senza la nostra volontà. Di alcune infatti non c’era nulla che facesse notare la loro presenza; come fragili festuche venivamo agganciati e cataputati in un’altra realtà: era come se cambiasse improvvisamente la scena di un film. Potete immaginare le conseguenze: un giorno stava per iniziare un’importante riunione di lavoro, ma il capoufficio, mentre si incamminava verso la sua postazione, improvvisamente scomparve; il giorno successivo il mio amico Rbpbr, nel darmi le indicazioni per andare a casa sua, mi disse di prendere una scorciatoia, ma non sapeva che lì ci fosse una catapulta; per non parlare della mia nipotina Dcyy, che mentre stava giocando sull’altalena sfiorò un’altra catapulta e apparì nella parte opposta dell’Universo… rimase sospesa a testa in giù per parecchi minuti e finì per sbattere la testa su un pianeta sconosciuto. In compenso le catapulte consentivano di percorrere enormi distanze in pochissimo tempo: ad esempio, vicino a dove abitavo ce n’era una che portava a casa della signora P@gw#, la donna dei miei sogni. Tuttavia, i danni apportati dalle catapulte avevano raggiunto i 14 milioni di euro al giorno per km3 e la cifra aumentava di mese in mese.

Finalmente qualcuno cominciò a cercare una soluzione: Rbpbr propose di costruire dei muri intorno alle catapulte, cosicché tutti notassero la loro presenza. Il problema era che all’improvviso i muri scomparivano, come se qualcuno li avesse distrutti; al loro posto apparivano dei nuovi pianeti dall’altra parte della catapulta. Rbpbr sbuffava: << Non abbiamo risolto il problema! Le catapulte ci causano troppe insidie. Come sarebbe bello rimuoverle tutte! >>

Per avere più informazioni a proposito di queste entità misteriose io e i miei amici disegnammo una grande mappa con tutte le catapulte che eravamo riusciti a trovare, ma il lavoro sembrava non finire mai perché ogni giorno ne scoprivamo di nuove. Dato che dopo un mese non avevamo ancora terminato, cominciammo a pensare che apparivano nuove catapulte negli spazi in cui ce n’erano di meno. Cercammo quindi uno spazio vuoto nella mappa e ci recammo lì. La difficoltà maggiore fu convincere il signor Trtrt, il  “fifone”  del gruppo: << ma… se si creassero delle catapulte lungo il nostro tragitto, ci disperderemmo tutti nell’Universo! Come faremo? Non ci voglio neanche pensare!  >> esclamava.

Giunti a destinazione, non vedemmo nulla di particolare; solo un signore che assemblava varie particelle, come se stesse completando un puzzle. Guardai più attentamente: erano fotoni, quark, radiazioni e positroni. << Ma cosa sta facendo quel signore con quelle particelle? >> ci chiedevamo tutti. Sembrava che stesse conducendo degli esperimenti. Trtrt ipotizzò: << Sta creando le catapulte! >> e scappò via. Ci avvicinammo a quel misterioso signore. Rbpbr sussurrò: << Stavolta Trtrt ha ragione! Non succede spesso. >> Avevamo scoperto perché apparivano sempre nuove catapulte. Jtytj – questo era il suo nome – aveva appena terminato di produrne una ma, arrabbiato, disse tra sé e sé: << Qualcosa non va! >>. Prese un grande flacone che conteneva un acido sconosciuto e lo versò sulla catapulta, che scomparve improvvisamente.

Quel folle scienziato decise di continuare il suo lavoro e creare un’altra catapulta. << Ne devo creare altre 274 entro sabato! >> esclamò. Si mise subito a lavoro e non fece neanche caso alla nostra presenza. Notammo tutti che era molto distratto, che spesso sbagliava la composizione e invece delle catapulte venivano fuori altre entità sconosciute: ovviamente versava subito dell’acido. Io, Rbpbr e gli altri ci consultammo sul da farsi; alla fine arrivammo alla conclusione che bastava prendere di nascosto il flacone con l’acido ed eliminare quante più catapulte possibili in poco tempo, perché presto Jtytj avrebbe avuto nuovamente bisogno dell’acido; allora avremmo messo il flacone al suo posto e il nostro piano sarebbe passato inosservato.

Quando Jtytj si allontanò dal “deposito”  dove teneva tutto il materiale, Sprntt, più veloce di una stella cadente, si recò immediatamente a prendere l’acido e con il mio aiuto riuscì a trovare il flacone tra tutte le cianfrusaglie; dopodiché cominciò ad eliminare le catapulte, una dopo l’altra, finché io non lo avvertii: << Jtytj sta arrivando! Posa subito il flacone! >>. Il nostro nemico, tornato al deposito per prendere l’acido, non notò niente. Decidemmo di ripetere il lavoro finché tutte le catapulte non fossero state eliminate, ma dopo qualche giorno Jtytj notò che qualcosa non andava: << Dove sono finite le catapulte? Scompaiono da sole per caso?!? >>. Presto notò che qualcuno utilizzava il suo acido e mise il flacone dentro una cassaforte, badando ad inserire un codice lunghissimo: indovinarlo sarebbe stato difficile come vincere 100 volte consecutive alla lotteria.

Rbpbr pensò allora che avremmo anche potuto sostituire i positroni con i neutrini, che il palestrato Mscls avrebbe portato fino al deposito. Insomma, ad osservarli attentamente era chiaro che non potevano essere positroni, ma per uno che aveva così tanta fretta come Jtytj potevano sembrare positroni genuini e nuovi di zecca. Dopo aver preparato un’ingente quantità di neutrini, ci recammo al deposito e svuotammo il cassetto con i positroni, sostituendoli con il carico di Mscls. Presto Jtytj tornò arrabbiato al deposito per prendere l’acido, poiché aveva sbagliato la composizione della sua nuova catapulta. Prese anche il materiale per crearne una nuova e non si accorse di nulla. Noi scrutammo la scena da lontano, e Jtytj sembrava soddisfatto perché era convinto di aver finalmente creato una catapulta funzionante. Ma in realtà non era affatto così; lo scienziato provò ad entrare nella catapulta, ma scoprì a suo svantaggio che si trattava di un buco nero: infatti, una volta entrato, non riuscì più ad uscire.

Avevamo quindi eliminato il nostro nemico comune e potevamo accedere al deposito e usare le particelle senza preoccupazioni, ma l’acido era ancora dentro la cassaforte. Potevamo invece rovistare tra i suoi innumerevoli fogli di appunti, che sembravano quasi più degli atomi nell’Universo. Ci dividemmo il lavoro e dopo un po’ Rbpbr trovò un foglio che sembrava interessante: << Questa è la formula chimica dell’acido, ma non si capisce qual è l’ultimo elemento perché c’è una macchia! >>.

Non ci restava altro che provare tutti gli elementi ad uno ad uno. Provammo con l’idrogeno: non succedeva niente. Continuammo con litio, sodio, potassio, rubidio: ancora niente. Procedemmo così finché non provammo con il dubnio, ma il nostro corpo cambiò colore e diventammo verdi come foglie: era evidente che avevamo sbagliato elemento. Successivamente inserimmo il tellurio e il composto funzionava alla perfezione.

Grazie alla mappa che avevo disegnato, io e i miei amici potemmo finalmente eliminare tutte le catapulte. Terminato il lavoro, mi arrivò una telefonata della signora P@gw#, che mi chiedeva di andare a cena da lei. Cosa potevo dirle, ora che non la potevo più raggiungere?

 

                                                                        Valerio Stancanelli e Marika Veerasamy

 

Sorelle in parellelo

 

Secondo Hugh Everett III, il concetto di Multiverso si definisce con una misurazione quantistica che divide l’universo in tanti mondi paralleli quante sono le possibili soluzioni di quella misurazione.

 

Fin dall’infanzia è stata la nostra storia preferita! – esclamarono all’unisono Dlxld e Rgzgr – Le nostre madri, amiche da moltissimo tempo ormai, ce la raccontavano per farci addormentare e noi non eravamo mai stanche di starle a sentire. Erano solo bambine allora, ma crediamo che quello che stiamo per raccontarvi sia il più grande cambiamento cui abbiano mai assistito.

Le nostre mamme, Xldlx e Zgrgz, erano così simili nella loro parallela vita ordinaria che potevano quasi essere scambiate per gemelle, se non fosse che a separarle c’era un anno-luce. Non mancava loro nulla, eccetto quel qualcosa che non avevano mai avuto, ma di cui avevano sempre sentito il bisogno senza tuttavia saperlo: non avevano un’amica, cioè quel qualcuno con cui confrontarsi, con cui parlare del più e del meno e con cui poter piangere o ridere.

Xldlx viveva con la madre, Ctntc, una donna che amava l’ordine e la perfezione. Il loro universo appariva, appunto, “perfetto” e immacolato; ogni pianeta doveva essere mantenuto in un ordine rigoroso e persino gli alberi non dovevano avere nessuna fogliolina fuori posto. Xldlx trascorreva le giornate a sfuggire agli sguardi attenti della madre per rintanarsi in un angolino, dove poteva giocare nel suo piccolo disordine con le sue bambole di pezza. Amava danzare da una galassia all’altra, guidata da una melodia magica, che solo lei riusciva a sentire; ovviamente, all’epoca ballare non doveva essere inteso come adesso: danzare equivaleva a galleggiare senza sosta tra la materia intergalattica ed ascoltare la musica voleva dire immaginare che quel silenzio assordante potesse generare un qualunque tipo di rumore che spezzasse la monotonia di un universo in cui non vi era quasi nulla. Durante le sue giornate, corrispondenti ad un anno odierno, si annoiava, ma nella sua danza cercava uno sfogo per quella pallida malinconia.

Zgrgz viveva nel suo universo con il padre, Dmcmd, un uomo che, al contrario di Ctntc, non era troppo attento a curare tutto ciò che lo circondava. Preferiva piuttosto che le piante crescessero incolte, rispettando i loro cicli vitali. Zgrgz viveva libera e spensierata, leggendo storie d’amore e di fantasia, spostandosi sui diversi pianeti in base all’ambientazione del libro che stava leggendo e passava dalle immense distese dei prati fioriti alle grandi calotte polari caratteristiche di alcune galassie presenti nel suo universo. In realtà, leggere non era semplice come oggi: infatti significava osservare gli astri nel cielo che la sovrastavano e cercare di interpretarne con un po’ di fantasia il significato, ogni volta diverso. Nonostante ciò, anche a lei i giorni sembravano tutti uguali e sperava in un cambiamento che potesse dare una svolta inaspettata alla sua vita.

Xldlx e Zgrgz avevano rispettivamente un universo tutto per loro ed una famiglia che le amava… beh, di famiglia vera e propria allora non si poteva parlare, in quanto si stava lì da sempre e non si sapeva come ci si fosse formati; in conseguenza di ciò, non esistevano nemmeno vere famiglie, quello che legava i vari componenti non era un legame di sangue, ma semplice affetto. Proprio così, infatti, Ctntc e Dmcmd non erano realmente imparentati con Xldlx e Zgrgz, ma erano già presenti quando erano apparse nei rispettivi universi ed era venuto loro naturale fungere da genitori per le due ragazze.

Gli universi, dovete sapere, erano alimentati dalle emozioni delle persone che li abitavano e, in realtà, rimanevano paralleli perché le due famiglie non avevano coscienza dell’esistenza di qualcun altro all’infuori di loro stessi.

In un giorno come gli altri, Zgrgz leggeva un racconto che narrava di due marinai naufragati su un’isola deserta che, desiderosi di tornare alla loro vita normale, avevano deciso di chiedere aiuto tramite un messaggio in una bottiglia. Fu così che decise di provare anche lei e lasciò una bottiglia vicino al confine del suo universo, sperando che questa arrivasse fino ad uno dei tanti personaggi dei suoi libri preferiti. All’interno aveva inserito un messaggio con cui si presentava e chiedeva che chi lo avesse letto diventasse un amico con il quale confidarsi. “Chissà se mai qualcuno lo riceverà…” pensava tra sé e sé mentre lo gettava tra i meandri oscuri dello spazio profondo.

Caso volle che la traiettoria di caduta della bottiglia venisse deviata a causa della formazione di un altro universo, così quest’ultima, dopo aver percorso solo un anno-luce si scaraventò contro l’universo parallelo di Xldlx. Un giorno, mentre vagava danzando verso la sua casa perfettamente rassettata,quest’ultima notò che qualcosa avanzava verso di lei. Si avvicinò, raccolse la bottiglia, lesse il biglietto al suo interno nel quale una ragazzina come lei diceva che era in cerca di un’amica di penna.  Così subito corse dalla madre.

<<Mamma, mamma, guarda! Ho appena scoperto qualcosa! Vieni, presto!>> esclamò eccitata la piccola Xldlx.

La madre accorse ed anche lei rimase stupita da quel messaggio: <<Stai attenta a quel che dicono gli stranieri. Non ti puoi mai fidare di chi proviene da un altro universo.>> disse subito in un soffio, con una nota di disprezzo nella voce. La figlia rimase un po’ perplessa da quella reazione, ma decise lo stesso di rispondere alla sua nuova amica.

Dopo un altro anno-luce, la risposta arrivò alla ragazza e così iniziò una vera e propria corrispondenza tra le giovani, sempre sotto gli occhi vigili dei loro genitori che dubitavano di quel che facevano gli “stranieri”, che immaginavano reciprocamente come degli esseri strani e con comportamenti bizzarri, magari con la pelle verde e squamosa e i capelli viola.

Le due ragazze scoprirono, proprio grazie alle loro “lettere”, di avere molti interessi in comune e cominciarono a trascorrere le loro giornate nell’attesa trepidante di una lettera da parte dell’amica. Trascorsero millenni e le ragazze diventavano sempre più amiche, finchè entrambe sentirono il bisogno di conoscersi di persona.

Un giorno, Xldlx espresse nella sua lettera questo desiderio: <<Dobbiamo organizzare per incontrarci! Che ne dici tra 394.000 anni? Non è né troppo tardi né troppo presto.>>.

<<Per me va benissimo!>> rispose Zgrgz <<Ma c’è un problema: i nostri universi sono paralleli; non abbiamo modo di farli incontrare!>>.

In realtà, appena entrambe desiderarono ardentemente di avvicinarsi, i due universi ebbero un grande scossone e cominciarono a spostarsi lentamente l’uno verso l’altro. Purtroppo, mentre la corrispondenza tra le due ragazze andava avanti, i genitori vennero a conoscenza delle intenzioni delle fanciulle e si dichiararono contrari; il loro rifiuto riportò i due universi alla posizione originale. Per giorni Xldlx e Zgrgz si rifiutarono di mangiare e di rivolgere parola ai rispettivi genitori, fino a quando proprio questi ultimi, preoccupati per le loro condizioni di salute acconsentirono, anche se a malincuore, all’incontro.

Le due ragazze provarono quindi a desiderare contemporaneamente con tutto il cuore la medesima cosa: vedersi almeno per un migliaio di anni. Nonostante  fallimenti iniziali, dopo mezzo secolo i due universi cominciarono a spostarsi finchè non collimarono unendosi in un punto. Una sorta di voragine si formò nelle rispettive atmosfere così che le due ragazze poterono vedersi. Alle loro spalle stavano Ctntc e Dmcmd che, ancora diffidenti, cercavano di tenere sott’occhio la situazione. D’improvviso si udì uno scoppio e  un fascio di luce gialla attraversò lo spazio sereno, punteggiato solo da qualche meteora: Ctntc e Dmcmd  si videro chiaramente per la prima volta e tra loro ci fu un vero e proprio colpo di “fulmine”. Furonono solo pochi istanti; la forza del desiderio che aveva fatto collimare i due unversi svanì e tutti ritornò come prima ad eccezione dei sentimenti che avevano cominciato a provare Ctntc e Dmcmd l’uno per l’altra e di cui le ragazze iniziarono a discutere con piacevoli petegolezzi nelle lettere che continuavano a mandarsi.

Dopo qualche millennio Dmcmd si fece coraggio e, seguendo l’iniziativa di Zgrgz, mandò una lettera a Ctntc. Grazie a questo stratagemma i due genitori cominciarono a conoscersi meglio, scoprendo di avere tante cose in comune e altrettante diverse e quasi opposte.

Di conseguenza, ormai tutti e quattro volevano rivedersi, ma non si riuscì a ricreare delle condizioni adatte a fare incontrare i due universi. Sembrava essere tornati all’origine dello spazio: tutto era grigio e malinconico.

Un giorno però Xldlx notò qualcosa di diverso: il suo ordinatissimo universo era diventato in un angolo più “caotico”, cioè non era perfettamente regolare e geometrico. Il giorno successivo ricevette la lettera dall’amica che le diceva che aveva notato un angolo nel suo universo più ordinato. Xldlx rimase a dir poco estasiata dall’accaduto, tanto che pensò stesse sognando ad occhi aperti, ma subito realizzò che i due universi si stavano sovrapponendo; in quello stesso istante si ritrovò avvolta in un caloroso abbraccio che quasi la soffocò. Era proprio lei, Zgrgz. E fu così che Ctntc e Dmcmd divennero i nostri nonni e le piccole Xldlx e Zgrgz divennero sorelle.

Una sera le ragazze,desiderose di una nuova avventura, lanciarono nello spazio buio una bottiglia e dopo due anni-luce ricevettero una risposta… erano due fratelli gemelli, che in seguito divennero i nostri padri.

Si poteva dire che era iniziata una nuova era: quella dei Multiversi paralleli interconnessi tra loro.

 

Claudia Leotta e Giorgia Ragonese

 

L’amore su Marte

Il Pianeta Rosso, come a tutt’oggi lo conosciamo, potrebbe essere stato molto diverso all’alba della sua storia. Un nuovo studio, basato sui dati delle sonde Mars Express e Mars Reconnaissance Orbiter, va a fornire nuove prove a sostegno dell’ipotesi che Marte, all’alba della sua storia, sia stato caldo e abbia ospitato acqua per un lungo periodo geologico, anziché in fasi episodiche. Ciò comporterebbe implicazioni sull’abitabilità del pianeta e sulla possibile presenza di vita in passato.

 

Voglio arrivare fin lassù- esclamò Brprb ammirando, incantato, le incredibili distese di color rosso ruggine che avvolgevano,come un’immensa coperta di polvere rossiccia, il misterioso pianeta “arrugginito”, Marte.

Rimanevo ore intere a fissare, meravigliato, sulla punta dei piedi e con lo sguardo perso nel vuoto, quell’immensa sfera di color rosso che dominava nel cielo oscuro. Era vicinissimo, Marte; infatti potevo apprezzare il suolo composto per lo più da ossidi di ferro che lo rendevano di quel rosso opaco, come il manto di una volpe. Scorgevo quelle maestose montagne ricoperte da una polvere fine e delicata sempre di color rossastro e quelle sterminate valli, caratterizzate da una zona depressa, in cui immaginavo di potermi gettare all’interno. Riusciva a trasmettermi una piacevole sensazione di splendore, che però si contrapponeva, a una sensazione di smarrimento e solitudine. E così iniziava il mio processo di immaginazione in cui io mi vedevo lì, solo, a riflettere, disteso su quella vastità di terreno rosso che mi circondava come un enorme cerchio di fuoco.

Ciò che mi attraeva di più era l’impossibilità e l’irrefrenabile voglia di raggiungere quella sconfinata superficie, che, davanti ai miei occhi, si trasformava in un luogo nostalgico, ma incantevole.

Così, provai, a ogni costo, a trovare un modo per poter raggiungere il pianeta ai miei occhi così vicino, ma in realtà così distante. Provai a progettare  una specie di navicella, ma niente da fare, piuttosto assomigliava ad una  macchina vecchia e decrepita. Provai servendomi di una scala altissima, ma non lo era abbastanza per raggiungere un pianeta molto lontano. Utilizzai diversi esperimenti, ma nessuno riuscì ad aiutarmi nella mia difficile impresa. Stanco dei miei tentativi vani, decisi di recarmi da un mio carissimo amico, il geniale Tcwct. Ero solito chiamarlo “il maestro delle scienze pazze”, dato che egli aveva una spiccata  dote per le nuove scoperte scientifiche e le invenzioni. Tcwct, però, era davvero pazzo: dava vita a strani oggetti per scopi ignoti o si cimentava in esperimenti pericolosissimi. Ad esempio ricordo il momento in cui realizzò, nel suo minuscolo laboratorio, uno strumento per raccogliere dei cumuli di polvere, a cui poi applicava batteri specifici per disintegrarli. E io rimanevo a fissarlo, sbigottito e nella mia mente incominciavo a ripetermi come facessi ad avere un amico così strambo.

Gli chiesi disperatamente una mano d’aiuto, ma lui sempre molto scorbutico e frettoloso, cercava di togliermi tra i piedi. Alla fine vinsi io, grazie alle mie scoccianti suppliche interminabili.

Così, si mise a riflettere. La sua posizione di riflessione, mi provocava una risata al quanto cattiva, ma divertita: portava la mano sinistra sul mento rugoso, toccandoselo ripetutamente; le sue sopracciglia si inarcavano e la sua espressione sembrava spaventata, ma in realtà era solo pensante .

Aspettai ore intere fino a quando crollai in un sonno profondo.

Un tonfo gigantesco mi fece sobbalzare in aria. Finalmente allo scienziato pazzo venne un’idea tanto bizzarra, quanta efficace. Si procurò un seme di un albero da frutto. Esso, però, era un seme particolare, poiché era di color rosa pesca e non era piccolo, bensì possedeva una forma ovale schiacciata, rigonfia su ambedue i lati esterni.

Immediatamente iniziò ad esaminarlo: ne modificò le componenti, rendendolo estremamente grosso e largo. Io lo guardavo con occhi sbarrati. Mi disse:<<Funzionerà perfettamente, non c’è niente da preoccuparsi! Ora dobbiamo solo lasciarlo riposare, domani sarà tutto pronto!>>. Io, nonostante ci credessi poco, me ne andai, aspettando impazientemente l’indomani.

Venne il giorno seguente. Ero emozionato, ma anche molto timoroso.

Tcwct mi ospitò nel suo laboratorio e in men che non si dica si precipitò in cerca della scatola nella quale aveva riposto lo strano seme. Si lanciò verso di me, pieno di energia e con folle curiosità. Mi diede il seme nelle mani e mi disse di tenerlo stretto, senza scuoterlo. Insieme ci dirigemmo nel punto più sporgente della Terra da cui era possibile vedere a pieno l’intero corpo celeste posto di fronte a noi. Tcwct mi strappò il seme dalle mani e immediatamente lo pose sulla superficie ricoprendolo con del terriccio. Chiusi gli occhi. Avevo paura. Non dissi e non sentii più niente, solo il desiderio di arrivare fin là.

Improvvisamente sentii un’enorme esplosione, come se stesse avvenendo la nascita di una stella. Uno scintillio mi sfiorò gli occhi. Di botto da quel minuscolo e insignificante seme nacque un albero gigantesco che assomigliava alla forma di una stella cometa di colore rosa perlato. Il fusto era lunghissimo e le foglie, che vedevo in lontananza, erano gialle canarino. Erano robuste e sulla punta assumevano una forma ricurva. Pensai che era solo un sogno, invece Tcwct realizzò, veramente, un albero con la funzione di un ponte. Era geniale!

Corsi verso di lui e lo strinsi forte. Lo ringraziai un centinaio di volte. Lui era sorpreso e non faceva che dirmi:<<E’ arrivato il tuo momento! Corri e raggiungi una volta per tutte il posto che hai sempre sognato!>> e intanto vedevo una lieve lacrima percorrergli il viso. Cautamente mi avvicinai a quell’ immenso albero che si estendeva nel cielo. Misi un piede sopra ma mi spaventai tremendamente finendo per cadere all’indietro. Tuttavia non mi fermai, volevo raggiungere il mio obbiettivo. Così con coraggio mi diressi verso il fusto e la paura mi si levò di dosso, mutandosi in una pazzesca forza di volontà.

Raggiunsi le numerose foglie gialle e mi aggrappai ad esse come se fossi una scimmia. Alla fine mi lanciai sulla superficie del pianeta ormai vicino, capovolgendomi ripetutamente e sbattendo la testa per terra. Atterrai lì, su quell’immenso e vasto pianeta e tutto ad un tratto mi sentii solo, disperso, stupefatto, impaurito. Provai una serie di emozioni che si mescolarono l’una con l’altra fondendosi in un’unica: la felicità. Iniziai a rotolarmi su quei vasti terreni rosso spenti, in quella polvere candida e leggiadra che mi faceva venire

voglia di addormentarmi. Mi guardai intorno, girando su me stesso per diverse

volte e notai tutto quel colore rosso così affascinante che mi abbracciava dolcemente e mi faceva sentire libero. Lì mi sentivo a casa e mi oltrepassarono

per la schiena innumerevoli brividi di eccitazione e soddisfazione. Ce l’avevo

fatta ero su Marte, ma ancora non ci credevo. E gridai, ballai, cantai, feci delle

capriole, tanto nessuno poteva vedermi o giudicarmi. Ero solo io su quel pianeta. E tra queste mie lunghe passeggiate, inaspettatamente, mi ritrovai faccia a faccia con una ragazza. Rimasi ammaliato da quell’immagine divina, con la bocca spalancata e le braccia a penzoloni.

Non era una semplice ragazza. I suoi capelli erano una combinazione tra castano chiaro e rosso spento, erano mossi quasi sul riccio e mi ricordavano le onde del mare. I suoi occhi possedevano una forma sottile e allungata e le illuminavano il viso ricoperto di infinite lentiggini color arancio. Il suo corpo era minuto e portava un vestito fresco di seta color rosso acceso, che le arrivava fino alle ginocchia.

Non avevo mai visto una donna così seducente, così piena di bellezza nella sua

semplicità. Un altro brivido mi passò dai piedi fin sopra alla testa.

Si avvicinò con passi lenti, ma aveva il viso rivolto verso il basso ed un’espressione malinconica e addolorata. Io non mi mossi, non riuscivo a fare

un solo passo. Ci ritrovammo l’uno attaccato all’altra. Lei mi sussurrò all’orecchio:- E tu chi sei? Cosa ci fai in questo pianeta orribile e solitario?- non seppi cosa dire:- Io, io.. Mi chiamo Brprb e non so dire come e perché sono arrivato fin qui, ma ne sono davvero entusiasta.- Lei rimase per qualche secondo in silenzio e poi mi disse:- Io sono Rouge, che vuol dire rosso e sono nata su questo pianeta milioni di anni fa e sono la prima ad averlo abitato, ma vorrei scappare via.- Le presi la mano per rassicurarla. La sua mano era gelida e la sua carnagione pallida. Lei mi fissò intensamente negli occhi e io mi persi all’interno di essi. Avevo colto la sua debolezza e la sua timidezza e la volevo custodire per non vederla soffrire così tanto. Da quel momento ci capimmo entrambi, nonostante i due caratteri estremamente diversi. Allora le chiesi di mostrarmi l’intero corpo celeste. Lei non esitò e mi accompagnò per tutto il viaggio.

Non sorrideva quasi mai, a volte le scappava una leggera risata, ma veniva immediatamente soffocata dai ricordi infelici. Non ce la feci più a vederla così

e decisi di portarla io lungo le coste del pianeta e lei sempre a testa bassa accennò un sorrisetto. La feci correre, saltare, le feci vedere la Terra che si

intravedeva scura e opaca. Il suo viso era più rilassato e meno cupo. Camminando spensieratamente tra le montagne, ad un tratto ci ritrovammo in un luogo oscuro, assomigliante ad una grotta.

Entrando all’interno trovammo una conca tersa e cristallina: era ghiaccio! Lei era strabiliata, si girò verso di me e mi abbracciò fortissimo. Non disse nulla, portò le sue labbra sulle mie e mi baciò e ad un tratto non aveva più importanza Marte, la scoperta del ghiaccio, l’albero gigante, adesso m’importava solo lei. E il sapore delle sue labbra rosea e sentire il suo corpo sfiorare il mio. Ero diventato un tutt’uno con lei. Si allontanò pian piano e mi voltò le spalle, si concentrò solamente sulla nostra scoperta e non mi diede più importanza. Io che inizialmente pensavo solo a salire lassù, su quelle valli, per stare solo e finalmente scoprire nuovi orizzonti, adesso avevo solo voglia di avere Rouge tutta per me. Ma davanti a quel ghiaccio, a quella grotta, a tutto ciò che mi circondava, avevo compreso che lì era la sua casa, che io non potevo più vivere su quel pianeta e sarei dovuto tornare sulla Terra. La vedevo finalmente felice, curiosa, impavida, pronta ad affrontare il cambiamento. Addolorato, mi avvicinai a lei, le presi il viso tra le mani e le dissi:<<Questa è casa tua, ti ho amata e instancabilmente e per sempre rimarrai chiusa nel mio cuore. Devo tornare a casa, poiché questo non è il mio posto. Ora tu affronta la tua vita con coraggio e non sentirti sola, alla fine io sono lì accanto a te- e indicai la terra ormai così oscura ai nostri occhi.

 

                                                         Claudio Cassarino e Maria Renata Pavone

 

Un ritorno a 250 m\s

Urano ruota in periodi di 17 e 16 ore rispettivamente. Data questa rapida rotazione, i venti si accumulano intorno a regioni di alta e bassa pressione, creando grandi vortici. In un corpo non ruotante fluirebbero dalle zone di alta pressione a quelle di bassa pressione.

 

Ci eravamo svegliati lì, adagiati sulla ghiacciata superficie di Urano, ma non sapevamo come e perché,- esclamò Woyow-!

Io e il mio fedele cane vagavamo in mezzo al freddo e le intemperie, con -214° di temperatura e un vento impetuoso e incessante. La sete e la fame stavano oltrepassando la soglia della tolleranza; in quel momento anche una minima briciola di pane sarebbe stata una prelibatezza. Io e il mio cane eravamo tanto fiacchi da non poter star più sulle nostre gambe o meglio zampe. La stanchezza ci stava trafiggendo e la nostra speranza di tornare sulla terra diminuiva come la temperatura. Creare un accampamento sarebbe stato l’unico modo per sopravvivere, e questo ci spinse a racimolare materiali vari e viveri. Cominciammo quindi a dividerci i lavori; al mio cane, Bob, affidai il compito di cercare sorgenti d’acqua per placare la nostra sete, io invece cominciai a pensare all’accampamento. Il lavoro procedeva alla grande, Bob aveva trovato diversi giacimenti d’acqua e ghiaccio, ma i problemi più grandi rimanevano il cibo e il fuoco per riscaldarsi. Nel frattempo cominciai a pensare ad un accampamento pratico, accogliente e resistente. Un Iglù sarebbe stato l’ideale! Incaricai Bob di procurare del ghiaccio per mura, soffitto e pavimento, io invece avrei preso della fanghiglia per tener ben salde le fondamenta. Durante la ricerca della fanghiglia trovai una piccola collina, nella quale crescevano spontaneamente delle erbette selvatiche e nel dubbio le raccolsi, nel caso servissero a qualcosa. Mentre tornavo verso l’Iglù mi venne l’idea di usufruirne per aromatizzare un composto di acqua, ammoniaca e metano, il tutto unito per formare una deliziosa “granita”. Risolto il problema del cibo, cominciammo a pensare ad un modo funzionale per raccogliere l’acqua, quello di costruire un maestoso pozzo. Essendo il ghiaccio l’unico materiale per costruire, pensai che creare un forno per riscaldare la fanghiglia fosse l’ideale per creare una specie di “terracotta”. Il lavoro procedeva a gonfie vele, creammo il primo forno e  per mezzo dello sfregamento di piccole pietre trovate in giro per Urano e iniziammo a riscaldare il cibo, l’acqua e l’iglù, rendendola molto più piacevole, calda e accogliente. Un giorno, però, mentre svolgevamo i nostri lavori giornalieri, sentimmo un fortissimo tonfo a pochi metri di distanza dal nostro Iglù. Presi da un’insaziabile curiosità, ci avvicinammo e vedemmo un enorme cratere sulla superficie del pianeta. Dal nulla uscì un piccolo esserino, alto sì e no 65cm e dalla corporatura scheletrica. Era appena uscito dalla navicella con la quale aveva provocato quell’enorme tonfo e date le sue precarie condizioni decidemmo di accoglierlo nella nostra “calda” Iglù. Entrati nella “dimora” offrimmo lui alcune delle tante specialità della casa: delle tisane alle erbe selvatiche e dei biscotti di granita con ammoniaca, acqua e metano. Creare una nuova coperta per farlo dormire al calduccio non costava nulla, perciò andai a prendere una grande quantità di erbe selvatiche e in pochissimo tempo creai una maestosa coperta per il nostro ospite. I mesi passavano molto velocemente e il piccolo esserino cominciò a parlare di sé e della sua vita. Si chiamava Iuvui e non era finito su Urano per caso, bensì per una missione spaziale; l’enorme navicella era uno Space Shuttle di ultima generazione, ma la precipitazione l’aveva distrutto quasi tutto. Il suo “quasi” mi fece venire un’idea; in quei giorni soffiava un vento impetuoso e possibilmente da un giorno all’altro sarebbero arrivati dei venti di una forza tale da trasportare lo Space Shuttle e farlo tornare sulla terra. Non dovevamo usufruire obbligatoriamente di tutto lo Space Shuttle, bensì della cabina di comando. Cominciammo a riassemblare la navicella per mezzo di un tipo di fanghiglia appiccicosissima e a sostituire alla buona alcuni pulsanti e alcune leve con materiali posticci. Non servì neanche troppo tempo per ricostruire la piccola parte della navicella, e pronta per riportarci sulla terra, la sistemammo in posizione di partenza e aspettammo solo che arrivassero i fatidici venti. Arrivato, dopo un tempo indeterminato, il tanto atteso giorno, allacciammo le cinture, ci adagiammo su dei comodi sedili in terracotta e partimmo verso l’infinito e oltre. Non eravamo piloti professionisti, perciò ci affidammo alla fortuna! Chiaramente non si trattava di un semplice viaggio in macchina, ma di una traversata dello spazio, che avrebbe richiesto almeno qualche mese di viaggio! Rimanemmo per un bel po’ di tempo con il dubbio di una possibile andata senza ritorno!

Oggi, fortunatamente, siamo qui, sulla nostra calda e accogliente “Casa”, la Terra!

 

                                                                             Alberto Condorelli e Pietro Iuvara

 

La nascita di Urano

 

Secondo l’ipotesi più accreditata per spiegare la nascita dei pianeti, il tutto prese avvio da una nebulosa ricca di gas e granelli di polvere che si aggregarono tra loro per originare piccoli corpuscoli. Con il trascorrere del tempo questi si unirono tra loro fino a dare vita a corpi sempre più grandi e poi a planetesimi, che infine, unendosi, diventarono pianeti.

 

“Che bella giornata” esclamò il giovane MssM  mentre si incamminava tranquillo nello spazio illuminato dal sole, verso casa di BiaiB, la sua ragazza. L’aveva conosciuta ad una gara sportiva tra navicelle spaziali, gara che metteva in palio una casa nuova costruita con materiali che si erano depositati in seguito ad uno scontro tra due asteroidi nella parte più bella e calda dell’universo, vicino al sole. Erano arrivati  entrambi in finale e per questioni di millesimi di secondo, aveva vinto MssM. Finita la gara, MssM era andato da BiaiB per congratularsi poiché  una ragazza così giovane  era riuscita ad arrivare in finale in una gara così seria e difficile come quella. A quel punto era scoppiato l’amore da parte di MssM alla vista di quegli occhi verdi simili a degli smeraldi, di quella pelle chiara pervasa da tante piccole lentiggini che sembravano delle  stelline che le incorniciavano gli occhi e le guance. MssM aveva pensato che dovesse essere lei a meritare il premio e le aveva proposto di accettare la posta in palio. In un primo momento BiaiB commossa  per l’atto di generosità, aveva rifiutato la casa, ma dopo le continue insistenze di MssM, l’aveva accettata. Da quel momento tra i due era nata una relazione che durava ancora anche se erano passati due anni luce dal momento in cui si erano fidanzati. MssM, dopo aver ripensato al modo in cui si erano conosciuti, finalmente arrivò a casa di BiaiB per invitarla ad una passeggiata nel nuovo parco vicino al sole, per passare un pomeriggio diverso giocando a rincorrere “sciurlos vulgares” cioè agli scoiattoli spaziali; lei accettò ma mentre che MssM  e la ragazza erano pronti nel soggiorno per  uscire, iniziò tutto a tremare, da fuori si sentivano piccole esplosioni come se scoppiassero delle bombe. “Aiuto mettiti in salvo, forse è una tempesta di meteoriti”, esclamò spaventato MssM  mentre cercava di raggiungere la stanza dove la ragazza si era precipitata, scavalcando i vasi caduti in frantumi per terra, per salvare la loro “Alouatta” la scimmia urlatrice che le aveva regalato MssM per il loro primo anniversario. Iniziò a crollare il tetto, allora spaventati uscirono di casa, ma nemmeno il tempo di girarsi per guardare cosa stesse succedendo intorno a loro, che si trovarono circondati da una grande nuvola e non poterono vedersi tra di loro né capire dove si trovassero. Dopo molte ore, terrorizzati, erano su due nebulose diverse che si allontanavano l’una dall’altra. Le nebulose erano spinte da forze centrifughe: la velocità era enorme e i due giovani gridavano per la paura invocando aiuto. Seguirono molti anni senza potersi incontrare, oramai disperavano di poter vivere una vita felice  insieme; si sentivano vuoti, infelici, desiderosi di potersi vedere almeno per l’ultima volta. Un giorno, accadde il miracolo, dopo millenni, le due nebulose ricche di gas e granelli di polvere, per un movimento imprevisto del sistema solare si scontrarono in modo brusco ma inevitabile.

Le due nebulose prima scontrandosi e poi unendosi, emettendo dei rumori assordanti, formarono il pianeta Urano. Come in una fiaba, MssM, BiaiBe e la scimmia che era rimasta incolume, si incontrarono di nuovo. In un primo tempo rimasero stupiti, i loro aspetti erano cambiati: avevano i capelli bianchi, la loro pelle era più rugosa, le lentiggini di BiaiB erano scomparse per l’azione esercitata dal gas, ma il loro amore era rimasto indelebile. Incominciarono a ispezionare il luogo e la meraviglia più grande fu la scoperta della presenza dell’acqua che avrebbero portato sul pianeta terra come avrebbe fatto in seguito Prometeo rubando il fuoco agli dei, per aiutare gli uomini.

 

 

Bianca Sciacca

 

Stelle d’amore

 

 

La formazione stellare secondo il “modello standard” prevede che una stella nasca a partire dal collasso gravitazionale delle porzioni più dense (detti“nuclei”) di una nube molecolare e dal successivo accrescimento dell’embrione stellare originatosi dal collasso dei materiali presenti nella nube.

 

 

Fu una durissima impresa! – esclamò il vecchio Crirc, – ma dopo aver tanto combattuto, la sposai. Era un normalissimo giorno d’estate; appena diciassettenne, me ne stavo seduto su una nebulosa in attesa di qualcosa che potesse far scalpore nella mia monotona giornata. Il tempo trascorreva sempre uguale per noi abitanti della più grande nube molecolare dell’Universo. Aspettai e aspettai, quasi rassegnato e pronto per tornare a casa, non appena vidi una bellissima ragazza dai capelli biondi e un sorriso smagliante venire verso di me. Si presentò, disse di chiamarsi Xyayx, e considerato il mio silenzio dovuto all?imbarazzo davantialla sua soave voce, mi disse: << E tu come ti chiami? Sei originario di Oelilag? Io sono nuova qui, non conosco nessuno, ti va di passare un po’ di tempo con me e farmi esplorare questo posto? >>

Ero incantato, felice di aver trovato qualcuno che potesse dare una svolta alla mia vita, mi sono sentito come un piccolo bambino che scarta il regalo tanto desiderato la mattina di Natale.. ecco, lei era proprio il mio tanto atteso “regalo di Natale”.           << Piacere io mi chiamo Crirc e sono originario di qui >>, risposi con le gambe tremanti, << sei proprio arrivata nel momento adatto perché stavo per andare via, ma tranquilla, adesso ti porto con me e facciamo un bel giro della città >>.

Fu uno dei pomeriggi più belli della mia vita, la portai a vedere alcuni meteoriti che volavano per le strade, le feci bagnare i piedi nelle pozzanghere di polveri provenienti dal cielo che erano cadute la sera prima e ci mangiammo un gelato alla “Via Lattea”.

La riaccompagnai a casa, ci salutammo e tornai felicissimo nella mia dimora.

Con il trascorrere del tempo la nostra amicizia cresceva sempre di più e all’età di 22 anni finalmente ci fidanzammo. Era la vigilia di Natale dell’anno 60.000 a.C. quando Xyayx decise di presentarmi i suoi genitori. Erano una coppia molto affiatata, stavano insieme da tanto tempo e vivevano in una casa ricoperta di nebulosa, con un grande giardino di pulviscolo dove correva e abbaiava il loro cagnolino.

Entrammo dall’ingresso principale, subito ci accolse la signora Vdhdv con un grande sorriso, identico a quello della figlia e ci condusse in cucina dove ci aspettava con ansia il signor Rcyaycr, un uomo molto orgoglioso e protettivo. Quel giorno mangiammo insieme a loro, la madre preparò uno stufato multistrato composto da panna , peperoncino e azoto liquido, ma fu un pranzo molto silenzioso e il padre non mi rivolse mai la parola, a differenza della moglie che aveva molto da chiedermi.

Bevuto il caffè, con mio grande stupore, il signor Rcyaycr mi chiese di fare una chiacchierata  ed io molto intimorito, accettai. Parlammo per diversi minuti e mi fece un sacco di domande, quasi fosse un interrogatorio da parte di un agente dell’FBI e io risposi a tutto con sincerità e mantenendo sempre il sorriso; gli dissi di essermi diplomato a pieni voti, di essermi iscritto all’università, di conoscere tre lingue straniere e di essere un appassionato di basket (proprio come lui). Tutto questo non bastò per fargli buona impressione e alla fine del nostro discorso mi disse: << Mi dispiace figliolo, sembri un ragazzo per bene ma non mi piaci abbastanza da poter stare con mia figlia; lei non ha bisogno di uno come te, non adesso, questo è il momento in cui lei si deve concentrare sullo studio: ha parecchi esami a breve e in questo periodo,  nella sua vita,  non ha posto per una relazione >>.

In quel preciso istante tutte le mie aspettative caddero in frantumi, il mondo mi crollò letteralmente addosso, mi sentivo perso, solo, e inizialmente non seppi cosa rispondere ma successivamente trovai le parole e dissi: << Conosco bene sua figlia ormai, è una ragazza che riesce sempre a fare ciò che ha in programma, è intelligente e matura e sa prendere le decisioni per se stessa, senza bisogno di obblighi dettati da qualcun altro. Signor Rcyaycr, se lei desidera può scegliere per sua figlia, ma di certo non per me ed è bene che lei sappia che niente e NESSUNO mi fermeranno dall’amare Xyayx >>. Detto ciò, il grande uomo pieno di orgoglio esclamò: << Sparisci da casa mia e dalla vita di mia figlia, non ti voglio più vedere!>>, e dopo queste parole, girai i tacchi e me ne andai senza neanche salutare la mia “piccola” fidanzata. Lui la chiuse in casa. Passavano i giorni e la mia angoscia cresceva sempre di più; mi mancava uscire il pomeriggio con lei, mi mancava vederla sorridere, ormai Xyayx era parte integrante della mia vita e senza di lei mi sentivo inutile. Non avevo più la voglia di alzarmi dal letto la mattina, non mangiavo, non uscivo: mi ero chiuso in me stesso e nessuno mi avrebbe più fatto rivedere la luce.

Quando la disperazione era troppa, spesso tornavo a casa sua ma il padre faceva da guardia alla porta e mi rimandava sempre indietro. Però un giorno mi accorsi di qualcosa di diverso nell’aria. Non  mi avvicinavo a quell’abitazione da mesi; il padre ormai aveva abbassato la guardia ed era partito per lavoro; arrivai lì davanti, suonai il campanello e mi rispose la signora Vdhdv: in casa era sola e Xyayx era a lezione ma decise di farmi entrare ugualmente. Mi offrì un gelato, parlammo tutto il pomeriggio e ad un certo punto mi disse: << Sai figliolo? A me sei piaciuto dalla prima volta che ho sentito parlare di te. Mia figlia mi ha raccontato tutto sin dal primo incontro, ma tacqui sempre perché temevo la reazione di mio marito. Quando ti invitammo a casa nostra il signor Rcyaycr non era molto contento e infatti adesso sei succube della sua gelosia e della sua possessività. Ogni sera io cerco di fargli cambiare idea, cerco di fargli capire che sta facendo del male a nostra figlia, ma stenta ad ascoltarmi e continua per la sua strada. Spero di riuscire presto a convincerlo e se così sarà, ci faremo vedere noi, tu per il momento sta’ lontano da nostra figlia.>>

Rimasto senza parole la ringraziai e me ne andai in silenzio pensando al suo discorso.

Presto arrivò il mio ventitreesimo compleanno, erano passati quattro mesi dalla chiacchierata con la mamma di Xyayx, e con enorme sorpresa alle 9 del mattino suonò il campanello e si, era proprio lei, la mia bellissima fidanzata. La prima cosa che ho fatto è stato abbracciarla, mi era mancata tantissimo e non riuscivo a realizzare di averla lì con me. Qualche minuto dopo si presentarono i suoi genitori con una torta in mano e con grande stupore il padre venne e mi strinse la mano sfoderando un largo sorriso e dicendomi: << Mi ero sbagliato sul tuo conto ragazzo; per tutto questo tempo in cui ho proibito a mia figlia di frequentarti ho notato la sua sofferenza. Sono stato un padre bigotto, possessivo ed egoista, ho pensato solo a ciò che in quel momento poteva rendere felice me, ma ho commesso un grandissimo errore e me ne pento amaramente. Vivete la vostra vita insieme ragazzi, avete la mia benedizione, sposatevi e siate felici.>>

Quello fu il giorno più bello, con le sue parole il signor Rcyaycr mi diede il “Sì della vita”; non  feci altro che ringraziarlo per tutta la giornata e il dì seguente andai a comprare un bellissimo anello con un diamante di puro “pulviscolo minerale”.

Successivamente le chiesi di sposarmi, lei accettò senza esitare e iniziarono i preparativi per la cerimonia. I genitori di Xyayx ci aiutarono con l’organizzazione poiché noi eravamo inesperti. Tutto filò a meraviglia e nel giro di tre mesi riuscimmo ad unirci in matrimonio. Il giorno dell’evento ero molto in ansia e felice, felice di essere arrivato al traguardo tanto desiderato, felice di aver combattuto il tutto e per tutto pur di non abbandonare il mio amore, e quando il sacerdote mi disse: << Puoi baciare la sposa>>,  la baciai in un modo così intenso, così passionale; il tutto accompagnato da un affettuosissimo abbraccio, e proprio in quel momento fu come se i nostri corpi non riuscissero più a staccarsi, erano in perfetta sintonia: stavamo cominciando a “reagire” tra di noi, stavamo collassando, a poco a poco ci sentivamo sempre più uniti e crescevano a dismisura. Ben presto ci ritrovammo avvolti da una nube molecolare: eravamo spaesati e non sapevamo cosa fare finché non incontrammo un’altra coppia di sposi che ci disse: << Cari ragazzi, complimenti, anche il vostro amore è vero e soprattutto pieno di passione. Finalmente il cielo ha un’altra nuova  “stella d’amore” e l’avete formata voi >>.

 

 

                                                                                 Gabriele Salomone e Giulia Scordo

 

Alla ricerca della parte perduta

 

Nel 1974, sulla base dei dati scientifici ottenuti dalla missione Apollo, W.K. Hartemann teorizzò che la Luna si sarebbe formata a seguito dell’impatto con la Terra di un corpo di grandi dimensioni chiamato Theia.

 

Eravamo in pochi.

Pochi in tanto spazio. Anzi non c’era neanche il concetto di spazio a disposizione, non si parlava di abitanti a mq ma tutti avevano tutto.

Il tutto era a disposizione di tutti.

E “tutti” non eravamo tanti ma quelli che bastavano per vivere felici.

Ognuno aveva dei compiti e il lavoro di ognuno era indispensabile per gli altri.

C’era un equilibrio assoluto e nessuno aveva bisogno di niente o desiderava qualcosa.

Io ero D*@*D e mi occupavo dei campi che coltivavo per gli ortaggi e la frutta. Le mie mele erano famose in tutto l’universo per il loro colore infatti erano rosse anche all’interno ed io solo conoscevo il segreto del colore che mai avrei rivelato ad essere umano o non.

Lo zio wQ£+£Qw era il fornaio del paese e quando nel suo mega forno, grande quanto un campo di calcio, infornava tante pagnotte da sfamare il paese per un mese intero, il profumo arrivava fino ai poli e sembrava di sentire risuonare i versi degli orsi affamati e desiderosi di addentare un panino fragrante.

Poi c’era mia sorella Ja(§°?°§)Ja che era davvero una ballerina provetta. Danzava come una dea creando ineffabili sculture con il suo esile corpicino. Aveva un vero e proprio dono ma anche un grande difetto: a volte sognava ad occhi aperti un mondo migliore in cui l’unica passione degli abitanti fosse la danza.

Insomma non mancava proprio niente.

Anzi c’era qualcosa in più. Un bagliore all’orizzonte che sembrava avvicinarsi ogni giorno di più. Non si riusciva a percepire da dove venisse, era solo una luce accecante senza contorni che diventava sempre più grande. Nel nostro mondo non c’erano scienziati, non serviva, avevamo tutto, e proprio per questo nessuno riusciva a capire cosa fosse quella strana luce.

Ricordo perfettamente quello che successe una notte in cui andai a letto presto perché l’indomani avrei dovuto seminare il grano.

Non feci in tempo a chiudere gli occhi che già era giorno. In realtà era trascorsa solo un’ora da quando le mie stanche ossa avevano toccato il letto, ma il bagliore era così vivido che sembrava l’alba di una assolata giornata di agosto.

Durò pochi secondi e non ci sono parole per descrivere la sensazione che ognuno di noi provò.

Caldo e freddo nello stesso tempo, fuoco e ghiaccio si impadronirono del nostro corpo. Fu come quando si sale sulla giostra che ti catapulta da un lato all’altro e provi un vuoto incolmabile allo stomaco.

La luce scomparve improvvisamente come era apparsa.

Attorno a noi sembrava tutto uguale anzi no, qualcosa di diverso c’era, ma era uguale a tutti noi, c’erano tanti altri noi in giro. Erano “noi” in tutto simili a noi. Da quella strana notte, che notte non era stata, ognuno di noi si era duplicato, aveva un clone perfettamente identico.

Ricominciò la vita di sempre.

Ognuno si dedicava alle proprie incombenze e sembrava tutto perfettamente uguale a prima della grande luce, anche se da allora cominciammo a dividere il tempo in un prima e un dopo il grande bagliore.

Andavamo in giro con un po’ di ansia perché non sapevamo bene se gli amici che salutavamo e con cui scambiavamo battute sul tempo o sulla salute erano proprio loro o gli “altri”.

Tutti parlavamo con circospezione come spaventati dal rivelare chissà quali segreti ad esseri sconosciuti.

Continuò così per un po’ fino a quando gli altri noi divennero figure familiari anzi divennero indispensabili nelle faccende quotidiane che così riuscivamo a svolgere con meno fatica e risparmiando tempo prezioso che trascorrevamo a fare quattro chiacchiere al bar.

Ma fu proprio con questo intensificarsi delle chiacchiere che scoprimmo qualcosa di agghiacciante.

Un giorno il mio amico Fda^adF, fwfqQqqghgbgdhhfhfhhfgrgfh dfhfhjghghgjnghgh    ……………….che era famoso in tutto il globo e forse anche un po’ oltre per la sua spiritosaggine, raccontò una delle sue solite barzellette ma nessuno riusciva più a ridere come un tempo. Silenzio, ancora silenzio e sguardi atterriti.

Mentre era questo il clima che si respirava nel salone, entrarono tre “altri noi” e come se niente fosse si sedettero al tavolo del bar e ordinarono il solito whisky.

Lo zio continuava a raccontare: “Lo sapete qual è il colmo per un idraulico? Avere un figlio che non capisce un tubo”.

Risate, fragorose risate da parte degli “altri” e sgomento da noi tutti.

C’era qualcosa che non andava se i cloni si divertivano e noi no.

Ma quello fu solo l’inizio.

Mia sorella non ballava più come prima, inciampava quasi sempre e aveva la delicatezza di un orso polare. Anche i suoi sogni si erano spenti e il suo idolo non era più Carla Fracci ma Belén!

Il portiere del mio palazzo che era stato sempre attento e gentile soprattutto con le signore anziane adesso quando la vecchietta arzilla del terzo piano arrivava con le pesanti buste della spesa, anziché aiutarla si voltava dal lato opposto.

Ma l’episodio più eclatante avvenne nella sala del parrucchiere dove tutte le signore del paese almeno una volta la settimana si riunivano per la messa in piega ma in realtà ne approfittavano per aggiornarsi sulle vicende del circondario. Il parrucchiere era come una spugna super assorbente dei pettegolezzi che volavano come i capelli appena tagliati delle signore e proprio come una spugna strizzata rilascia tutto il liquido così lui rilasciava senza indugio le informazioni che aveva immagazzinato. Ebbene sì, gli incontri esaltanti nella sala del parrucchiere erano divenuti monotoni: nessuno parlava, nessuno chiedeva e tutti si annoiavano tra uno shampoo e un colore. A poco a poco ci rendemmo conto che a ognuno di noi mancava qualcosa e proprio quel qualcosa era nei cloni. Insomma eravamo incompleti e il pezzo mancante lo avevano loro, come in un puzzle da mille pezzi in cui 999 pezzi sono ricomposti sul tavolo e l’ultimo pezzo, quello essenziale per ricomporre il tutto, è rimasto nascosto nella scatola.

Il dramma ebbe il culmine quando tornò la mia ragazza dal viaggio attorno al mondo che aveva fatto con la sua famiglia.

Non ci vedevamo da un pezzo e lei fremeva per sbaciucchiarmi e stare sola con me.

Quando scese dal treno io ero lì ad aspettarla ma la reazione fu strana. Lei mi buttò le braccia al collo ma io mi sentivo come un topolino attanagliato da un possente boa constriptor. Cercavo di capire cosa fare ma non ricordavo. Cosa dovevo fare? Stringerla? Baciarla? Dirle “amore mi sei mancata tantissimo”, oppure “senza di te mi è sembrata un’eternità” o ancora ” tesoruccio non vedo l’ora di stare solo con te”‘.

Non riuscivo a proferire parola. O Dio! Non l’amavo più.

Era come se dal treno fosse scesa un’amica, una cara amica, l’amica del cuore, ma certamente non la mia ragazza.

Ecco, la grande luce aveva rubato anche questo: la mia capacità di amare.

Proprio mentre riflettevo su questo arrivò l’altro me e con andatura dinoccolata e fischiettando si avvicinò a Retkrta le cinse le braccia al collo e la baciò appassionatamente.

Lei prima fu presa alla sprovvista, ma poi rispose al bacio. Guardava me ed era smarrita. Sembrava pensare che se il clone la baciava voleva dire che era lui il suo amato fidanzato e non io che non le sussurravo le paroline d’amore che voleva sentirsi dire.

Anche gli altri prendevano coscienza della loro incompletezza, vedevano che il pezzo mancante era lì, nei cloni che giravano attorno e che avevano rubato qualcosa che prima apparteneva loro come la gioia di ballare, di divertirsi, la leggerezza di trascorrere del tempo in compagnia a chiacchierare dal parrucchiere, la gentilezza per aiutare chi ha bisogno e tutti i buoni sentimenti che fanno uomini gli uomini.

La vita andava avanti monotona senza i bei sentimenti di una volta.

Dovevamo agire.

Peccato che non c’erano scienziati altrimenti avremmo passato a loro la patata bollente per trovare la soluzione o forse per inventarla.

Tutto dipendeva da noi ma fu solo per un caso che scoprimmo l’arcano.

Un giorno mia sorella a teatro perse una lente a contatto e siccome era lontana da casa e non aveva quella di ricambio cominciò a disperarsi, fin quando non vide che il suo clone si accomodava nel palco accanto al suo.

Ebbe un’idea, una strana idea ma tanto valeva tentare. Chissà se anche il clone indossava le lenti a contatto? Magari poteva dargliene una. In fondo bastava guardarlo fisso negli occhi per capirlo. Così fece. Si avvicinò all'”altra lei” e la fissò negli occhi. Guardava e guardava ma non vedeva gli occhi del clone. Sentiva una sensazione di calore che si espandeva nel suo corpo e una nuova energia che l’avvolgeva. Aveva voglia di ballare! Il suo corpo fremeva dal desiderio di roteare sulla pista. Da quel momento tornò la Retkrta di prima.

Era bastato guardare nel profondo l'”altra”, che forse era lei stessa perché custodiva qualcosa di prezioso per lei, per riacquistare la sua completezza.

Quando raccontò cosa le era accaduto tutti cominciarono a inseguire “gli altri,” a specchiarsi avidi nei loro occhi, a guardare nel profondo per trovare quello che cercavano. Così ognuno trovò ciò che aveva perso. E da allora la Terra continuò a guardare il suo  piccolo satellite luminoso, sede di tutti i sogni e le passioni che gli uomini credono avere perduto.

 

 

                                                                                        Marco Guarnera e Sofia Scirè

 

La vita in una bolla

La formazione delle nubi è dovuta alla condensazione dell’umidità atmosferica in gocce d’acqua. Questo processo ha alla base l’ascesa di una massa d’aria umida e il successivo raffreddamento fino al punto di rugiada.

Il vento soffiava forte a Tokadrid quel giorno. Osservavo la gente che passeggiava per le strade: gli alunni uscenti dalla scuola salterellavano festeggiando la propria sopravvivenza alle cinque ore di tortura, le madri li tiravano dal braccio pregandoli di sbrigarsi dato che avevano lasciato la pasta sul fuoco e i padri, vestiti di nero o di blu, la cravatta che spiccava nei loro abiti scuri, le scarpe lucide e il solito telefono attaccato all’orecchio, urlanti e imbronciati, troppo presi dal lavoro per rendersi conto delle pretese d’amore dei figli.

Io non ero mai andato a scuola.  Mi sarebbe piaciuto così tanto avere degli amici con cui scambiare libri o con cui parlare dei viaggi che avrei voluto compiere. Mi sarebbe piaciuto da matti andare a scuola, sapevo che i ragazzi della mia età ne parlavano come se fosse un carcere minorile, ma io l’avevo sempre vista come un  paradiso.

Nel corso dei miei lunghissimi e noiosissimi 14 anni di vita, come mi avevano sempre raccomandato i miei genitori, non avevo mai messo piede fuori dalla porta di casa, una bolla piena d’acqua, un po’ insolita per la mia città, poiché non vi era minimamente presenza d’acqua all’esterno di essa, e, come effetto collaterale non avevo mai vissuto le normali esperienze di ogni adolescente.

Mai fatta una recita di Natale, mai una gita, mai avuto una fidanzatina, mai frequentato un asilo, mai avuto degli amici, dei professori o una vita.

Già, deprimente, lo so.

Una madre, ecco cosa ho avuto. Il rapporto con mia madre Sopos è stata l’unica forza che mi ha portato avanti. Lei era come me, anzi io ero come lei. I suoi capelli castani mi scendevano fino alle spalle, sempre ricci, riccissimi, confondendosi con i miei in un armonico disordine. Mio padre mi rimproverava sempre, mi diceva di tagliarli, che erano orribili, impresentabili, che sembravo una ragazza e che non sarei mai diventato un vero uomo come lui. Gli occhi di mia madre erano scuri dipinti sul mio viso, color nocciola, forma a mandorla, tant’è che mi ero ormai arreso al soprannome bizzarro che mi aveva appellato … signor Giappone. Mia mamma mi aveva sempre amato con tutta la sua anima e lei, come me, era solo la vittima di un amore sbagliato.

Quando i miei si sposarono io stavo già là, più o meno. Seguii il loro matrimonio in streaming nella pancia della mamma; già stufo, non vedevo l’ora di venire al mondo, forse perchè non sapevo quello che mi avrebbe aspettato.

Sia mia madre che mio padre avevano una strana malattia. Dovevano respirare acqua; l’aria nei polmoni li avrebbe portati alla morte e come effetto di un boomerang la loro malattia costrinse me a trascorrere la mia vita in una bolla piena d’acqua, anche se non necessario. Non ho mai saputo spiegarmi come la malattia non abbia contagiato anche me, so solo che passai quattordici anni in una bolla, costretto a vivere con una macchinetta che inalava l’ossigeno tramite una mascherina nei miei polmoni.

Mio padre Pieip, iniziò a cambiare dopo la mia nascita. Divenne un uomo arido, che passava le sue giornate al telefono per conferenze e cose di lavoro. Mai, e dico mai, nella mia misera vita, lui mi ha fatto una carezza o semplicemente donato un gesto d’amore.

Poi all’età di dieci anni nacque la mia sorellina Alela, anche lei purtroppo necessitava dell’acqua per sopravvivere, come i nostri genitori. Non so come sia nata, dato che il matrimonio dei miei genitori stava in piedi solo grazie alla mia esistenza.

L’unica cosa che odiavo della mia vita era mio padre; mi aveva sempre trattato come il brutto anatroccolo, mi aveva sempre detestato ecco. Per lui non valevo niente e per questo mi aveva sempre impedito di uscire dalla bolla, dicendomi che già ero un disastro con loro, figuriamoci fuori dalla bolla senza di loro.

Mia madre teneva il conto con me del tempo che mancava alla mia maggiore età. Lei per prima voleva la mia libertà ma non poteva contraddire mio padre.

A distrarmi dai miei pensieri fu proprio lei, il mio angelo, mia madre a urlarmi.

“Frarf, tesoro, è pronto”, scesi in fretta le scale raggiungendo la cucina.

Alela era già seduta al tavolo con le lacrime che le rigavano il volto.

“Ei mosca che hai?” le chiesi.

“Frarf, la mamma non vuole giocare con me, e nemmeno papà, mi ha dato uno schiaffo perché ero troppo insistente, ma io volevo solo giocare” rispose contrastando ogni parola con un singhiozzo.

“Tranquilla piccola, gioco io con te, tanto non è ancora pronto. Allora, a cosa vuoi giocare mosca?” provai a tirarla su.

“Grazie Frarf, vorrei giocare a nascondino” rispose con  il visino ormai illuminato dalla felicità.

“Io conto tu nasconditi” le dissi.

Nella mia testa la sequenza di numeri scorreva veloce quando sentii il rumore che mai avrei voluto sentire, la porta che si apriva e la risatina dolce di Alela seguita da una successione di colpi di tosse.

“Mamma Alela, è uscita!” esclamai.

E poi, non so come, non capii più nulla, tutta l’acqua fuoriuscì dalla bolla e la nuova presenza di acqua sulla terra entrò a contatto con i raggi solari, facendola trasformare in vapore che, come se avesse le ali, prese il volo verso il cielo, fino a quando non si formò una sorte di zucchero filato gigante da cui iniziarono a cadere gocce d’ acqua.

Le gocce d’acqua cadenti dal cielo furono talmente tante da riempire gli enormi buchi che vi erano nel pianeta, poi chiamati mari, fiumi e laghi.

Ero libero, ero fuori, stavo vivendo. Ma l’unica cosa che riuscivo a percepire erano le urla di mia madre e di Alela che sarebbero sicuramente morte senza il mio aiuto. Non sapevo dove fosse mio padre ma lo capii quando vidi un corpo supino per terra. Era lui, era morto.

“Mamma, Alela, venite veloci” tentai di farmi sentire.

Mia madre prese in braccio Alela e mi raggiunse, io le afferrai un braccio e la trascinai verso una di quelle enormi chiazze d’acqua, che le gocce avevano riempito.

“Vai mamma” le spinsi in acqua. Fui sollevato quando vidi il tenero faccino di mia sorella, abbracciata al corpo esile di mia mamma, spuntare fuori dall’acqua.

“Amore, noi stiamo bene, tranquillo, ci sistemeremo qua e tu potrai venire quando vorrai, ma è arrivato il momento che tu inizi a vivere la tua vita. Ti voglio tanto bene piccolo” sussurrò dolcemente mia mamma.

“Anche io ti voglio bene Frarf” si intromise Alela.

“Anche io ve ne voglio” risposi.

E così, dal più grande sbaglio nacque uno stano ciclo che permise a mia madre e alla mia sorellina di vivere una vita serena e a me di vivere la vita che da sempre avevo sognato.

 

                                                                            Sophie Monaco e Francesca Mancini

 

Piccoli amici verdi

Secondo la teoria di Lemaitre sviluppata da George Gamow all’ inizio l’Universo doveva essere composto da una sostanza chiamata Ylem: un gas di neutroni estremamente caldo in cui i neutroni, estremamente “liberi”, cominciarono a decadere in protoni, elettroni e neutroni. Il risultato fu un mare in ebollizione di neutroni e protoni che, a causa del calore intenso, cominciarono a fondersi in elementi sempre più pesanti.

 

Vivere lì era ogni giorno una scoperta -raccontai ai miei figli. La gente di certo non mancava ma, nonostante ci fosse così tanta “folla”, nessuno trovava qualcosa da fare; noi bambini soprattutto ci annoiavamo parecchio e l’unica cosa che occupava le nostre giornate era la “scuola”. Andare a scuola era proprio una seccatura: stavamo tutto il giorno a cercare di scoprire qualcosa di nuovo, per alimentare i nostri giorni di vita, all’interno di questo posto così vuoto.

Da poco però avevamo trovato un diversivo; il nostro unico pensiero era quello di andare a vedere la grande macchia in ebollizione, che assomigliava alla nostra grande stella in tempi moderni, situata dalla parte opposta rispetto a quelle che consideravamo le nostre abitazioni.

Io, mia madre Kow Kow(4) e mio padre Lgrgl[f] formavamo la famiglia Hwl’ Hwl’ e venivamo chiamati “i nuovi arrivati”.

I nostri vicini, il tenente Puwz e la piccola figlia Nahzàù , erano coloro con cui avevamo legato particolarmente soprattutto a causa del mio interesse provato sin dal primo momento per Nahzàù : una bambina dagli occhi grandi e verdi con sfumature di giallo simili a smeraldi e dalle folte trecce rosa lunghe fino ai piedi simili a quelle fruste presenti nei film Western che ad oggi vedo con mio figlio.

Non andavamo però d’accordo con tutti, la famiglia Fuj’js era reputata antipatica dall’intera popolazione, noi compresi, a causa del fatto che si sentivano i più “saputelli” in grado di dare ordini a tutti. La loro famiglia era composta dalla signora Rqyqr(§§) , il “marito” Vj° Vj° e il figlio St-Rhjl[p] che, nonostante l’antipatia provata da sempre per i suoi genitori, diventò il mio migliore amico. Sul signore Vj° Vj° non ho molto da dire, se non che le sue sopracciglia erano talmente folte e lunghe da coprirgli quasi gli occhi e i suoi denti tutti gialli e staccati l’uno dall’altro. Sulla signora Rqyqr(§§) invece dovrei dire fin troppe cose. Per farla breve era la donna con la quale mio padre stava tradendo mia madre, ma sinceramente non capisco cosa ci trovava in una donna come lei dalle labbra gonfie gonfie come palloncini e dai piedoni talmente grandi che ogni volta che faceva una passo si sentiva tremare tutto.

Ma torniamo al nostro recente passatempo: vedere la macchia di colore che tanto incuriosiva noi bambini e alla quale non ci potevamo avvicinare a causa dei nostri genitori che ne avevano paura non conoscendone fino in fondo neanche loro l’origine. Un giorno, però,  trovammo l’occasione perfetta per farci “un salto”.

Era arrivata la comunicazione che con la scuola avremmo fatto una “visita didattica” al museo “Neutrouvre” che guarda caso era situato a due passi dalla grande macchia.  Subito io e St-Rhjl[p] ci guardammo ed avemmo la stessa idea: organizzare una fuga durante il giorno della gita.

Così nei giorni seguenti non facemmo altro che parlare della nostra grande fuga e decidemmo che per evitare che i nostri genitori ci potessero vedere, avremmo ricoperto il nostro corpo di crema di carote che grazie al suo colore arancio intenso ci avrebbe fatto mimetizzare accanto a quella che era la grande macchia in ebollizione.

Arrivato il grande giorno, dopo aver preparato tutto per bene, non ci restava che seguire attentamente tutto il piano e realizzare quello che a noi sembrava il sogno più grande.

Felix , il migliore amico di Nahzàù, diede il segnale tanto atteso per iniziare la fuga nel momento in cui la signora Mariram’g’ (la nostra tanto amata professoressa e tanto smemorina) si girò per ammirare il signor Ogxf$$ per il quale si era presa una cotta di cui “nessuno” era a conoscenza, senza contare noi bambini che eravamo costretti a sopportare ogni giorno le sue lamentele in fatto di cuore.

A questo punto scappammo tutti via gridando: <<All’arrembaggio>>.

Dopo aver ricoperto molto velocemente i nostri corpi di crema di carota, ci recammo al bordo fosforescente che separava la terra dalla massa fluida. Il bordo però era molto scivoloso e cademmo tutti giù in quella massa indefinita di cui non eravamo a conoscenza e di cui non conoscevamo gli effetti collaterali.

Ci pentimmo della nostra voglia di visitare questo posto.

Passammo dei momenti di panico: non riuscivamo ad uscire via dalla trappola nella quale eravamo caduti ma ogni momento che passava venivamo sempre più “attirati” verso il basso  quasi come se stessimo per essere risucchiati.

Era tutto buio come la notte quando ad un certo punto sentimmo versi strani mai sentiti prima che, anche ad oggi, non saprei spiegare. Successivamente capimmo che quei versi strani sentiti in precedenza provenivano dalle bocche o da altre parti del corpo dei nostri amici verdi…

Nahzàù scoppiò a piangere spaventata da quello che sarebbe potuto succedere e io andai a consolarla cercando di essere forte per entrambi o più che altro di farmi vedere forte per tranquillizzarla e non farla preoccupare. St-Rhjl[p] si sentì profondamente sconfitto e l’unica cosa in cui sperava davvero era che la maestra, che aveva tanto odiato fino a quel momento, potesse venire e salvarci.

Il tenente Puwz nel frattempo, mentre che preparava la cena per la sua dolce figliola a base di patate rosa e unghie dei piedi aromatizzate con spezie rocciose, si accorse che la piccola Nahzàù sarebbe già dovuta essere a casa in ritorno dalla gita, così decise di andare dai vicini (i miei genitori) per vedere se sapevano qualcosa in più ed eventualmente venirci a cercare.

A casa Hwl’ Hwl’ non trovò che mia madre in un pozzo di goccioline trasparenti, le cosiddette “lacrime”, a causa della scoperta del tradimento di mio padre. Il signor Puwz , da brav’uomo che era, cercò di consolarla e poi le disse della nostra “scomparsa” invitandola a cercare quelli che erano i loro piccoli bambini rispettosi delle regole, almeno fino a quel momento.

Iniziarono a girare in tondo come trottole  senza pensare al fatto che ci potevamo trovare  vicino alla massa in ebollizione o magari proprio dentro.

Durante i lori giri incontrarono la signora Mariram’g’ che saltellava su e giù da una roccia, come una palla pazza, a causa dell’agitazione legata alla nostra perdita da parte sua. A loro pian piano si unirono componenti di tante altre famiglie e insieme riuscirono a elaborare il pensiero che magari potevamo trovarci vicino alla massa fluida. Nel frattempo mentre noi pensavamo fosse ormai la nostra fine, vedemmo proprio lì accanto a noi delle creature mai viste prima d’allora, piccoli esserini tutti verdi con un’antenna sopra il capo e tre grandi occhi che ricoprivano loro quasi tutto il volto. Li vedemmo avvicinarsi verso di noi quando a un tratto immersero la loro “zampa”, la quale a contatto con la massa fluida diventò di dimensioni sovrumane, sollevandoci e facendoci salire sulla “zampa” gigante simile a un disco.

Improvvisamente ci trovammo sulla terra ferma totalmente ripuliti da ciò che avevamo addosso, ma senza la presenza degli esseri piccoli e verdi che ci avevano salvato la vita. C’erano lì davanti a noi diversi dei nostri famigliari, scioccati a causa della scena a cui avevano assistito e fermi nel fissare la macchia arancio “risucchiatrice”. Tutti noi bambini ci girammo a guardare per salutare per sempre quella massa colorata che volevamo tanto vedere. Quel saluto ne fu veramente la fine; il posto che era stato al centro dei nostri sogni, della nostra immaginazione e della nostra curiosità non esisteva più: si erano creati i primi elementi meno pesanti dell’Universo e noi ne eravamo stati al centro durante questa straordinaria creazione.

 

Ad oggi, passato così tanto tempo, vi dico che non vedemmo mai più i nostri piccoli ma grandi salvatori. Mia madre dopo aver capito che mio padre non la meritava sposò il tenente, mentre mio padre rimase solo perché la signora Rqyqr(§§) tornò con il marito.

Adesso i bambini, compresi i miei nati dal matrimonio con Nahzàù, sono molto felici pur non avendo una macchia incandescente fluida da voler visitare. Hanno molto di più, un intero Universo.

 

                                                                                     Andrea Leotta e Giorgia Spinale

 

Giù nell’oscurità

Il buco nero è un corpo celeste, avente un campo gravitazionale così intenso da non lasciare sfuggire né materia, né radiazione elettromagnetica. La sua formazione può avvenire in seguito all’esplosione di una stella di grande massa (supernova):la parte centrale della stella subisce un violento collasso gravitazionale e, se la sua massa è almeno tre volte quella solare, il collasso comprime la materia indefinitamente, generando il buco nero. Esso successivamente può catturare altra materia e aumentare così la propria massa (in rari casi, per fissione con altri buchi neri) fino a valori di milioni di volte quella del Sole.

 

Eh sì -affermò Mulkulum- è davvero pazzesco come questo pianeta, il Sat-Sok, sia riuscito in così poco tempo a diventare così popoloso, siamo ormai 5 miliardi. Il merito è sicuramente degli abitanti, tutti rispettano le regole, è un pianeta praticamente perfetto, certo al meglio non c’è mai fine ma continueremo a darci da fare. Le sue grandi distese d’erba gialla la cui rugiada risplende sotto la luce emanata dai caldi raggi dell’immenso Ipso, l’intenso profumo dei fiori in primavera e la freschezza dei frutti d’estate. Le grandi montagne bianche latte d’inverno e gli immensi prati gialli, arancioni, rossi, marroni ricoperti dalle foglio d’autunno. Un grande quadro che raffigura immagine tutte diverse, uniche per la loro bellezza. Ovviamente ad arricchire questo paesaggio naturale ci sono anche i nostri gioielli, il vetro dei grattacieli tanto splendenti da sembrare degli enormi cristalli,i robot laccati di bianco risplendono come diamanti, gli abiti con la nuova seta Kluwer sembrano delle pietre preziose , verde come lo smeraldo, rosso come il rubino, blu come lo zaffiro, insomma un pianeta senza limiti. Proprio così,  erano queste le condizione del nostro pianeta fino a poco tempo fa-continuò Mulkulum-; avevamo una vita molto agiata, noi e tutti gli abitanti del pianeta , continuavamo ad avanzare in campo tecnologico, tenevamo molto allo sviluppo, ma allo stesso tempo a rispettare il nostro pianeta ,che curavamo con molta accortezza; i prati, i boschi, le strade sempre al massimo dell’ordine e della pulizia, notavamo anche i piccoli difetti. Fu immediato per noi un giorno notare che le foglie stavano cadendo molto più velocemente rispetto al solito, i laghi e i fiumi si stavano prosciugando, all’inizio pensammo fosse la solita madre natura pronta ad affrontare l’arrivo dell’inverno, e perciò non ci preoccupammo. Poi però la situazione iniziò a peggiorare: i venti diventavano più forti, molti grattacieli crollarono, insomma capimmo che qualcosa stava cambiando, che stavamo andando incontro ad un enorme pericolo di cui però non eravamo a conoscenza.

Un fatidico giorno d’inverno, la gravità presente su Sat-sok improvvisamente scomparve e tutta la popolazione fu sbalzata nell’aria, sembrava che fossimo su un’altalena, spinti dal vento gelido dell’inverno. Neanche il tempo di realizzarlo e fummo nuovamente catapultati sulla terra.

Questo improvviso evento causò la morte di milioni di abitanti, una vera strage.

A quel punto fu convocato la stato di allerta per l’intero pianeta, i capi maggiori si riunirono in un convegno mondiale straordinario  passato alla storia con il nome di “IGC” ( International Galaxy Convention) al fine di capire le recenti vicissitudini. Fu un interminabile dibattito, le voci non smettevano di sovrapporsi: chi pensava potesse essere la fine del mondo, chi invece un’insolita trasformazione del pianeta, altri invece erano convinti che si trattasse di un’apocalisse biblica. Io invece, uno degli scienziati più gettonati del pianeta, stavo in silenzio e riflettevo sulla possibile causa di questa ingente catastrofe.

Ad un tratto la stanza smise di risuonare, tutti si azzittirono poiché mi ero alzato in piedi ed ero pronto anche se con sconforto a condividere il mio pensiero:-Signori e signore, siamo davanti a qualcosa di inimmaginabile, qualcosa che supera di gran lunga ogni vostra sciocca teoria. Non siamo in grado di spiegare ciò che avverrà; possiamo solo aspettare. Cercherò con tutte le mie forze di capire il problema e di trovare una soluzione,le possibilità sono molto basse, ma la speranza è l’ultima a morire. Non dormii quasi completamente, rimasi sveglio notte e giorno, nuotavo nelle tazze di caffè scervellandomi e valutando ogni possibilità. Passarono i giorni, finché dopo milioni di ricerche arrivai ad una conclusione: l’unica ragione plausibile era l’arrivo di un buco nero.

Ci fu un’altra riunione dell’IGC, ormai si erano tutti rassegnati e la speranza di salvare l’intero pianeta era ormai tramontata.

Non c’era nient’altro da fare, potevamo solo aspettare e osservare i numerosi cambiamenti che stavano avvenendo. Gli eventi drammatici si susseguivano come una tempesta senza fine; un giorno dopo l’altro le catastrofi aumentavano e il numero delle vittime era sempre maggiore.

Panico totale; urla, grida di terrore e spavento che rimbombavano nell’intero pianeta, tutti correvano  di qua e di là cercando di sfuggire a questa forza che sembrava risucchiarci. Improvvisamente la luce di Ipso diventa sempre più tenue, ci troviamo circondati da un immenso buio, come se stesse arrivando la notte, una notte eterna.

Tutti giù nell’oscurità.

                                                                                           

                                                                                            Giada Emmi e Jacopo Luca

 

 

Il Sottosopra

Una dimensione parallela o universo parallelo è un ipotetico universo separato e distinto dal nostro ma coesistente con esso; nella maggioranza dei casi immaginati è identificabile con un altro continuum spazio-temporale. In campo filosofico, un indagatore del tema delle dimensioni parallele fu Auguste Blanqui nel 1872

 

Ma lo senti questo odore? – chiese William – Jason per caso ti sei tolto le scarpe?            – Dai William non fare lo scemo, io sto morendo di paura – . Ci trovavamo in una selva buia e raccapricciante, i fitti alberi che la formavano sembrava fossero intenti a catturarci, a farci diventare loro prigionieri. Ci eravamo arrivati per caso, mentre giocavamo a rincorrere un pallone ormai andato disperso. Attorno a noi il nulla, non si vedeva via d’uscita e insieme al sole, in quella macchia oscura, scomparivano  anche i nostri volti. Mia mamma sarà preoccupatissima – esclamai – . Il telefono squillava, ma la posizione del bosco mi impediva di comunicare con lei. Fu la notte più intensa della mia vita e nella fretta di correre per ritrovare la via di casa, cadde dalla tasca dei miei jeans il ciondolo che mi aveva regalato mio padre prima della sua morte, questo mi costrinse a ritornarci. La mattina seguente, una volta giunto a casa, vidi mia madre con gli occhi gonfi dal pianto e i capelli arruffati dalla disperazione; l’unica cosa che uscì dalla sua rosea bocca con voce flebile fu – Non farlo più William, oltre tuo padre non voglio perdere anche te -. La abbracciai rassicurandola e salii in camera per vestirmi. A scuola Jason non si presentò e nel pomeriggio decisi di andare a trovarlo, ma mentre mi dirigevo verso casa sua mi venne in mente il ciondolo perduto e senza rifletterci troppo mi trovai in mezzo a quella foresta. Notai qualcosa di strano, un pozzo che la sera prima non era presente. Tentato dalla curiosità mi avvicinai e per la mia disattenzione vi caddi dentro.

Dall’essere sospeso in aria a toccare il terreno fu un attimo.

Cavolo che botta! –esclamò una ragazza vicino a me – . Aveva lunghi capelli bianchi e profondi occhi verdi; all’incrociarsi dei nostri sguardi ripresi immediatamente coscienza. Mi sono innamorato… – esclamai senza accorgermene – Come scusa? – mi rispose ridendo mentre le sue guance diventavano rosse dall’imbarazzo. –Scusami, nemmeno io m’accorgo di ciò che dico.. come ti chiami? E soprattutto, dove mi trovo? – Ti trovi nel sottosopra, il mio nome non è importante, piuttosto, come ci sei finito qui? Ti senti bene? – Si, ho solo un gran mal di testa-.

Ero nella stessa foresta di prima, solo più buia e sporca; respiravo appena e l’aria intorno a me si faceva sempre più pesante e densa, sembrava stessi diventando parte di essa. In mezzo alla mia confusione mentale vedevo solo quella splendida ragazza, pensavo a quale potesse essere il suo nome e se mai avesse potuto provare qualcosa per me. Nel mentre il mio respiro iniziava a ristabilizzarsi e nell’atmosfera cominciava ad innalzarsi una fitta nebbia grigia. Mi chiamo Medem e dobbiamo scappare – esclamò lei in preda al panico – questa nebbia è tossica e anche corrosiva -. Trascinandomi dalla mano destra mi portò in un luogo buio e silenzioso; lì eravamo in salvo e finalmente le nostre anime avrebbero potuto conoscersi. Tuttavia, l’unica cosa che in quel momento uscì dalla sua bocca fu che dovevo tornare nel mio mondo.  È troppo pericoloso qui per te, non potresti resistere una notte – mi disse con voce dura e decisa -. Purtroppo aveva ragione e negarlo sarebbe stato solo un tentativo inutile per cercare di restare. Ci incamminammo subito alla ricerca del pozzo, ma solo dopo ore ci accorgemmo che il portale non c’era più. E ora che si fa? – chiesi a Medem -. Quando la guardai notai che era sbiancata, la preoccupazione era entrata a far parte di lei; non sapeva cosa fare né cosa dire e una lunga pausa di silenzio si mise fra di noi. Dobbiamo chiedere aiuto a qualcuno, altrimenti non ne uscirai vivo. -Mio padre ha la mappa della foresta, ogni spostamento del pozzo viene registrato, dobbiamo correre da lui.- In pochi minuti arrivammo a casa di Medem, era strana. I muri alti che circondavano l’abitazione erano in metallo, in modo che niente e nessuno potesse superarli; all’interno c’era un forte odore di chiuso e  i variegati colori di quella casa facevamo girare la testa. Tra tutte le porte uguali se ne distingueva solo una. Senza esitazione ci entrammo e trovammo, sotto una teca in vetro, la mappa del bosco. Vidi Medem nell’ istante illuminarsi ed adombrarsi… poi esclamò: – Ho sentito dire che nel nostro mondo solo quando il pensiero si libera e si distacca totalmente dalla realtà, solo e soltanto allora, la mente può riuscire ad imporre la propria volontà perché si apra la teca. Potresti riuscire ad immaginare qualcosa di bello, di sereno o entusiasmante?-. A quelle parole immediatamente il mio cervello iniziò a viaggiare nell’intento di scovare il ricordo di quella domenica in riva al mare con mio padre…spensierati il tempo passava, con lui avevo il mondo tra le mani. Nel raccontarlo i miei occhi si riempirono di lacrime, Medem era attonita e in un attimo la teca si schiuse. Prendemmo la mappa e senza esitare andammo alla ricerca del pozzo. La foresta si faceva sempre più buia, l’aria sempre più pesante e i nostri respiri sembravano trasformarsi in uno solo; camminammo per ore, oltrepassando mille ostacoli, come se la foresta stessa non volesse farmi tornare a casa, ed io, nel profondo del mio cuore, volevo esattamente la stessa cosa; ero con lei e questo mi bastava. Medem io devo dirti una cosa, esclamai senza pensarci troppo : – nonostante il tempo, i chilometri e gli universi che ci separano, io ti giuro che il tuo ricordo farà sempre parte di me. In così poco tempo sei riuscita ad incantarmi e nemmeno mille anni serviranno mai a farmi dimenticare i tuoi occhi verdi, i tuoi lunghi capelli bianchi e il tuo bellissimo sorriso che tanto mi fa felice – . Medem non parlò, semplicemente si avvicinò a me e mi diede un leggero bacio al sapore di pesca, fin quando in lontananza vedemmo il pozzo. William -esclamò lei- William girati. Mi girai e vidi il portale che stava per chiudersi; sulla soglia Jason e mia madre mi chiedevano di tornare, ed io, in preda al panico corsi, corsi più veloce che potevo. Tuttavia non riuscii a raggiungere il pozzo: si chiuse davanti a me e l’ultima cosa che vidi furono gli sguardi disperati di mia mamma e il mio migliore amico. Il mio respiro si fermò, non potevo crederci. L’unica cosa che desideravo si era avverata, sarei stato con Medem per sempre, ma nonostante questo, in quel preciso momento mi resi conto che avrei fatto l’impossibile per tornare nel mio mondo, per mangiarmi un pezzo di pizza e magari vedere un film alla TV con mia madre davanti ad un sacco pieno di pop-corn caramellati. Avrei dato la mia vita, che poi vita ormai non era più, per ritornare nell’universo che odiavo tanto ma che adesso, se avessi potuto, l’avrei fatto diventare parte di me. Ad un certo punto iniziai a sentire un rumore fastidioso e continuo, fin quando mi accorsi che ciò che era accaduto era stato semplicemente un sogno. Mi svegliai sollevato e corsi ad abbracciare mia madre, che sorpresa, mi strinse più forte. Corsi a casa di Jason, con l’intento di raccontare il mio stravagante inimmaginabile sogno, ma mi bloccai alla vista, nella piccola viuzza che divideva casa mia e quella del mio migliore amico, di una ragazza dai capelli bianchi lisci come seta, gli occhi verdi e un sorriso smagliante. Si avvicinò a me e mi disse -Ciao, sono nuova di qui e mi chiamo.. -Medem- dissi io. – Sì esatto, ma tu come fai a saperlo? -mi rispose arrossendo-. D’istinto la abbracciai e le sussurrai all’orecchio- sono felice di riaverti con me, comunque sono William- Mi guardò con un’aria interrogativa che si addolcì con uno dei suoi meravigliosi sorrisi, allora io le dissi-vieni con me, ti farò vedere la cittá. La presi per mano e ci incamminammo senza neanche sapere dove, ma eravamo insieme e  questo “bastava”.

 

                                        Enrico Maggiulli, Miriana Spampinato e Sveva Spampinato

 

Lo spazio oltre noi

 

Duecentoventicinque milioni di anni fa le terre emerse erano raggruppate in un unico supercontinente detto Pangea. Quest’ultima, secondo il geologo Alfred Wegener, si divise negli attuali continenti.

 

Eravamo in pochi – disse Ylla – ci sentivamo un po’ soli di fronte all’immenso supercontinente che ci circondava. La zona da noi popolata si affacciava sul mare chiamato allora Pantalassa e vi erano spesso elevate temperature. Nonostante il grande spazio abitavamo tutti nella parte centro-orientale della Pangea, l’attuale Africa centro-settentrionale.  C’eravamo trasferiti lì per il clima mite e accogliente (anche se i ventilatori moderni allora sarebbero serviti alla mia povera nonna). Alberi maestosi, piante di ogni tipo e varie specie di animali popolavano l’area oltre noi. La nostra “casa” era piccola ed accogliente ma poco ammobiliata e priva di elettrodomestici.

Io, la nonna e mia sorella Bety abitavamo nella zona costiera. La mia migliore amica Ang e suo fratello Itrimif abitavano sotto di noi e non molto lontano stavano il ragazzo del quale ero follemente innamorata, che si chiamava Kcaj, suo fratello Lolib e suo zio. Mia sorella Bety era una bambina capricciosa dai capelli biondi e occhi azzurri come la Pantalassa, un po’ viziata da mia nonna ormai stremata dai suoi continui piagnistei tanto che, pur di non sentirla, le dava i miei amati giochi dell’infanzia (per intenderci delle pietre). Era conosciuta da tutti come “la bambina più chiacchierona e combina guai”; non stava mai in silenzio e aveva il vizio di criticare e tirare i miei capelli per la strana forma che hanno. D’altronde non la posso contraddire perché effettivamente sono molto buffi: sono ritti e tesi verso l’alto come le antenne di una cicala e hanno un colore violaceo terribile. Ang era molto simpatica e coraggiosa, sempre disponibile ma un poco arrogante come me e per questo litigavamo spesso. Nonostante ciò era come una sorella, mi sono sempre fidata di lei e per questo le raccontavo tutti i pensieri che mi passavano per la testa, tutte le mie avventure, pazzie ed esternavo i miei sentimenti.

Kcaj era il più bravo nel gioco che più amavo ovvero il lancio dei sassi che consisteva nel far roteare il ciottolo e con un calcio farlo rimbalzare sulla distesa oceanica; passavamo ore e ore nel tentare di realizzare il tiro migliore ma lui era insuperabile, lo seguivo in tutto quello che faceva cercando di attirare la sua attenzione. Non tardai a notare il suo interesse verso la mia migliore amica: mentre io seguivo lui, Kcaj seguiva lei abbagliato come da una stella nel buio della notte. Per lui esisteva solo Ang che invece era più attenta ad osservare i cambiamenti della terra che le interessavano tanto da scomparire per giorni alla ricerca di prove che confermassero la sua teoria; perché sì, Ang aveva una teoria: la deriva dei continenti!

Ogni pomeriggio io, Ang e Kcaj andavamo a fare un bagno e spesso la sera cenavamo da me. Mia nonna preparava sempre pietanze squisite e non solo quando avevamo ospiti! Il giorno del mio compleanno mia sorella mi costrinse a portarla con me e i miei amici a fare un bagno. Mentre la rincorrevo per la spiaggia per asciugarle un poco i capelli, Ang e Kcaj scomparirono. Inizialmente pensavo fossero ancora in acqua ma i due non si videro per un po’ di tempo. Portai Bety a casa per poterli cercare senza distrazioni e dopo cinque minuti ero già in spiaggia. Era buio quando decisi di tornare a casa, pensavo avessero dimenticato che fosse il mio compleanno e invece no… mi avevano preparato una festa a sorpresa! Quella serata fu bellissima: c’erano Bill, Kcaj, Ang, la mia adorata nonna, Gimy, Bety e lo zio di Kcaj. Sarebbe stata una serata indimenticabile solo se Ang e Kcaj non me la avessero rovinata: si era fatto tardi perciò tutti erano andati via, tranne loro due. Mentre erano sull’uscio, io tornai a prendere la giacca che Kacj aveva dimenticato dentro e quando ritornai da loro li trovai che si stavano baciando. In lacrime scappai con il cuore a pezzi, infranto da quell’atto incoerente da parte di Ang considerata da me il punto di riferimento in caso di bisogno. Non avevo più fiducia, provavo solo odio verso lei che da sempre era stata la mia migliore amica. Ma la rabbia che provavo non era solo contro Ang ma anche verso Kcaj che, nonostante i miei sentimenti, era sempre stato affidabile tanto che con lui potevo confidarmi, come lui faceva anche con me. Distrutta e amareggiata rientrai in casa determinata a prendere il necessario per poter sopravvivere lontano da casa per un po’. Camminai per anni verso nord-ovest aiutandomi con la stella polare. Spesso avvertivo delle piccole scosse provenienti dal terreno simili a quelle che oggi noi definiremmo terremoti. Dopo non so quanti milioni di anni – che per me erano passati piuttosto velocemente – iniziai a provare nostalgia di casa ma non avevo alcuna intenzione di incontrare Ang e Kacj che volevo punire loro con la mia assenza. Alla fine mi decisi di ritornare. Dopo aver camminato per duecentoventicinquemilacinquecentoventicinque anni, dodici mesi e diciannove giorni pensai di essere arrivata finalmente vicino casa ma non era affatto così. La Terra si era fratturata e la parte di Pangea in cui era situata la mia casa si era staccata dal resto con la creazione dei continenti che oggi tutti conosciamo. Scoprì che in realtà il territorio in cui ero rimasta è l’attuale America Settentrionale mentre la mia casa era nella placca africana. Mi trovai in una situazione simile a quella di Colombo nel viaggio alla scoperta delle Indie che in realtà si rivelarono essere l’America. Iniziai a correre, pensavo che tutti se ne fossero andati. Ero allarmata non sapevo cosa fare né dove andare. La direzione di casa era quella giusta ma non era quella la costa. Vidi in lontananza la mia terra, la mia casa e la mia famiglia. Passarono mesi, anni, secoli; non trovai più la mia sorellina, mia nonna, tutti i miei cari erano distanti da me. Era avvenuto quello di cui parlava sempre Ang, la deriva dei continenti. Io non le avevo mai creduto, pensavo fossero solo chiacchiere e invece fui costretta a darle ragione. Ormai era troppo tardi, io ero rimasta nel continente nord americano. Mi misi a viaggiare per non so quante altre migliaia di anni. Alla fine giunsi in Groenlandia dove conobbi moltissime persone. La tecnologia aveva fatto progressi e io stessa potei osservarne l’evoluzione. La vita era totalmente cambiata. Ripensai ai miei anni da ragazza e alla terribile disavventura che mi aveva causato paura e smarrimento. Più volte mi pentii dell’essere scappata di casa e di aver commesso l’errore più grande della mia vita. Non potevo tornare indietro.

Mi raffiorarono dei nitidi ricordi in un giorno di primavera nel quale decisi di voler raccontare a qualcuno della mia sventura (dato che non ne avevo mai parlato con nessuno); quel giorno era proprio il ventiquattro aprile del 1930, compleanno della mia migliore amica Ang. Avevo sentito parlare del geologo Alfred Wegener e decisi di confidarmi con lui per chiedere spiegazioni su quello strano fenomeno che mi aveva allontanato dai miei cari. Riuscii a trovare il suo indirizzo di casa e mi recai nel pomeriggio stesso da lui grazie ad un mio amico che era riuscito a farmi arrivare fino a lui. Quando giunsi non potevo credere ai miei occhi: Ang, Kcaj, Bety e la mia adorata nonnina erano riuniti lì. Ang infatti, diventata una famosa geologa studiosa della deriva dei continenti, si era trasferita in Groenlandia con tutti i miei cari per continuare lì i suoi studi. Mi scusai per la mia fuga durata milioni di anni e mi complimentai con Kcaj ed Ang per il loro matrimonio e l’arrivo del loro piccolo bambino che era ormai diventato un amico (o forse qualcosa di più) per la mia piccola sorella Bety.

Oggi abitiamo tutti insieme come se nulla fosse mai accaduto.

 

 

                                                                                Alessandra Leone e Martina Strano

 

LICEO SCIENTIFICO STATALE “GALILEO GALILEI” –  CATANIA

PROGETTO INTERDISCIPLINARE

RELAZIONE FINALE

 

Classe: I C

Denominazione del progetto:

I racconti di “caBasE”

Prodotto realizzato:

Racconti ispirati al sistema solare e alle “Cosmicomiche” di Calvino

Discipline coinvolte:

Italiano, Sciennze

Competenze chiave:

Imparare ad imparare

  • Utilizzare le conoscenze in possesso nelle attività di studio e approfondimento per acquisire nuove competenze

Progettare

  • Essere in grado di ideare e pianificare un progetto

Comunicare

  • Leggere, comprendere e interpretare testi di vario tipo
  • Produrre testi di vario tipo in relazione ai differenti scopi comunicativi.

 

Collaborare e partecipare

  • Essere in grado di collaborare con gli altri per la realizzazione di uno scopo comune

Agire in modo autonomo e responsabile

  • Riconoscere il valore delle regole e della responsabilità personale mostrando consapevolezza dei propri diritti e doveri

Risolvere problemi

  • Acquisire l’abitudine ad identificare problemi e ed individuare possibili soluzioni

Competenze disciplinari:

  • Leggere, comprendere e interpretare correttamente un testo
  • Produrre testi in relazione ai differenti scopi comunicativi.
  • Sapere cogliere e sintetizzare informazioni implicite ed esplicite di un testo
  • Essere in grado di riappropriarsi di testi dati riparafrasandoli in contesti diversi.
  • Padroneggiare il lessico specifico delle scienze
  • Padroneggiare strutture contenutistiche, linguistiche e stilistiche fondamentali di un testo narrativo
  • Acquisire e consolidare competenze informatiche

                      

Contenuti:

Italiano

  • Nozioni fondamentali di narratologia
  • Italo Calvino, “Le Cosmicomiche”

Scienze

Il sistema solare

Attività e metodologie:

Il progetto è stato  articolato in due momenti: il primo dedicato allo studio dei testi e dei contenuti individuati; il secondo ad un’ attività laboratoriale funzionale alla realizzazione del prodotto finale.

Fase I

Discipline coinvolte:Italiano, Scienze.

Attività

Gli alunni nelle ore curriculari di scienze hanno acquisito le conoscenze relative al sistema solare e il lessico specifico relativo all’argomento. Nelle ore di italiano hanno affrontato la lettura di alcuni racconti delle “Cosmicomiche” di Italo Calvino: i testi sono stati letti analizzati e commentati in classe; ogni momento di analisi è stato seguito dalla richiesta di produzioni scritte.

Metodologia

Lezione frontale;  lezione partecipata; metodo euristico

Fase II

Discipline coinvolte: latino, scienze.

La classe è stata divisa in 16 gruppi (composti da due alunni), a ciascuno dei quali è stato assegnato mediante sorteggio il compito di realizzare un racconto rispettando caratteristiche strutturali e stilistico-contenutistiche delle “Cosmicomiche” di Calvino. I racconti sono stati scritti utilizzando l’applicativo word. Sono nati così i “Racconti di caBasE”,titolo che è stato scelto dagli studenti con l’intento di richiamare mediante un palindromo il loro indirizzo di studi “EsaBac”.

Metodologia

Attività laboratoriale; cooperative learning.

Tempi:

L’attività è stata svolta nel secondo periodo del pentamestre

Organizzazione spaziale:

Aula, laboratori, piattaforma Edmodo.

Strumenti per l’osservazione e la valutazione:

Griglie di osservazione; rubriche valutative; prodotti realizzati; verifiche scritte individuali.

Punti di forza:

L’attività ha consentito di sviluppare in modo laboratoriale contenuti disciplinari rendendo protagonisti attivi gli stessi studenti, che hanno avuto modo di esprimere la propria creatività , e di potenziare  competenze trasversali come “Collaborare e partecipare” e “Progettare”.

Punti di debolezza :

Non si sono riscontrati punti di debolezza.

Data 14 giugno 2018

Il docente referente del progetto

Prof.ssa Simona Marino

 

 

 

 

a.s. 2016/2017

ASTERIX ET OBELIX

 

 

RELAZIONE FINALE

 

Classe: I C

Denominazione del progetto:

Asterix & Obelix: scontri – incontri di civiltà

Prodotto realizzato:

Situazioni sceniche/fumetti in lingua latina e francese ispirati ai testi del De bello Gallico di Cesare e  di Asterix & Obelix di R. Goscinny- A Uderzo.

Discipline coinvolte:

Italiano, Latino, Geostoria, Francese

Competenze chiave:

Imparare ad imparare

  • utilizzare gli strumenti di lavoro, inclusi quelli informatici e le conoscenze in possesso nelle attività di studio e approfondimento e per acquisire nuove competenze

Progettare

  • essere in grado di ideare e pianificare un progetto

Comunicare

  • leggere, comprendere e interpretare testi di vario tipo

Collaborare e partecipare

  • essere in grado di collaborare con gli altri per la realizzazione di uno scopo comune

Agire in modo autonomo e responsabile

  • riconoscere il valore delle regole e della responsabilità personale mostrando consapevolezza dei propri diritti e doveri

Risolvere problemi

  • acquisire l’abitudine ad identificare problemi e ed individuare possibili soluzioni

Competenze disciplinari:

  • Leggere, comprendere e interpretare correttamente un testo collocandolo in un preciso contesto storico-sociale
  • Sapere distinguere tra fonti primarie e secondarie
  • Sapere cogliere e sintetizzare informazioni implicite ed esplicite di un testo
  • Essere in grado di riappropriarsi di testi dati riparafrasandoli in contesti diversi.
  • Padroneggiare strutture linguistiche fondamentali della lingua francese
  • Padroneggiare strutture linguistiche fondamentali della lingua latina
  • Acquisire e consolidare competenze informatiche

                      

Contenuti:

Latino

Cesare, De bello Gallico;

Storia e Geografia

La storia di Roma: l’età monarchica e repubblicana. L’espansionismo romano. Aspetti della cultura e della società dei Galli e dei Romani. L’età di Cesare: il contesto storico-politico-sociale.

Francese

  1. Goscinny- A Uderzo, Asterix & Obelix

Attività e metodologie:

Il progetto è stato  articolato in due momenti: il primo dedicato allo studio dei testi e dei contenuti individuati; il secondo ad un’ attività laboratoriale funzionale alla realizzazione del prodotto finale.

Fase I

Discipline coinvolte:Italiano, Latino, Geostoria, Francese.

Attività

Gli alunni nelle ore curriculari di italiano, latino e geostoria hanno affrontato lo studio di alcuni capitoli del De bello Gallico dopo averne ricostituito il contesto storico- politico, sociale; i testi sono stati letti in traduzione e con testo in lingua a fronte da cui è stato possibile trarre elementi lessicali oltre che contenutistici. Nelle ore di francese è stato affrontato lo studio del fumetto Asterix & Obelix, di cui sono stati letti alcuni passi  rilevandone la valenza parodica.

Metodologia

Lezione frontale;  lezione partecipata; metodo euristico

Fase II

Discipline coinvolte: latino, francese.

La classe è stata divisa in otto gruppi (composti da tre o quattro alunni), a ciascuno dei quali è stato assegnato mediante sorteggio il compito di realizzare un fumetto / situazione scenica in latino o in francese approfondendo uno tra i seguenti aspetti della cultura – società dei Galli e  dei Romani: il problema dell’imperialismo romano e del rapporto di Roma con le popolazioni celtiche; la religione; la guerra; ruoli sociali e familiari. Le ricerche sono state effetttuate durante le ore curriculari in laboratorio con la guida dei docenti.

Successivamente i gruppi sono stati chiamati a realizzare  un lavoro di ‘riscrittura’ dei testi letti, dopo averne sintetizzato i nuclei concettuali e pianificato la visualizzazione delle scene e le battute. Al termine delle attività i prodotti realizzati sono stati assemblati in un unico Power Point.  Le attività  sono state svolte in parte durante le ore curriculari, in parte in orario extracurriculare condivise all’interno della piattaforma Edmodo.

Metodologia

Attività laboratoriale; cooperative learning; ricerche individuali e di gruppo.

Tempi:

L’attività è stata svolta nel secondo periodo del pentamestre

Organizzazione spaziale:

Aula, laboratori, piattaforma Edmodo.

Strumenti per l’osservazione e la valutazione:

Griglie di osservazione; rubriche valutative; prodotti realizzati; verifiche scritte individuali.

 

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